Il Piccolo Teatro di Milano, il primo teatro stabile d’Italia

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Il 14 maggio 1947 viene fondato il Piccolo Teatro di Milano, ovvero il primo teatro stabile d’Italia, segnando profondamente non solo un nuovo modo di intendere il teatro (teatro di regia), ma anche la maniera di concepire il servizio pubblico.

Piccolo Teatro di MilanoDopo pochissimo tempo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in un periodo che il paese stava cercando di ricucire gli strappi ancora sanguinanti, in un luogo che si stava muovendo con uno sforzo immane verso la ricostruzione della cosa pubblica che era stata ridotta in macerie (non solo nelle città ma anche dentro le persone), l’idea e la realizzazione del primo teatro stabile al servizio di tutti deve essere stata davvero una sfida che non ci possiamo immaginare. Questa scommessa, prima sognata e poi realizzata, di un giovane attore (Giorgio Strehler) ed un giovane impresario d’arte (Paolo Grassi) con l’aiuto di Nina Vinchi, ha dato vita al Piccolo Teatro di Milano, conosciuto attualmente in Europa e nel mondo.

L’idea alla radice era quella di offrire, grazie all’aiuto dello Stato e di enti locali, un servizio pubblico per i cittadini che, per via dei finanziamenti ottenuti, non fosse dipendente alle logiche di mercato della crescente società capitalistica, riuscendo a puntare davvero in alto da un punto di vista artistico. Un teatro che quindi andasse contro il pregiudizio di istituzione per pochi addetti e non calato nel sociale. Così Paolo Grassi ci descrive il progetto sulla rivista Sipario un anno prima della fondazione del teatro:

Il teatro, per la sua intrinseca sostanza, è fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività, […] il teatro è il miglior strumento di elevazione spirituale e di educazione culturale a disposizione della società. Noi vorremmo che autorità […] artisti, si formassero questa precisa coscienza del teatro, considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un “pubblico servizio”, alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco […].

È evidente il ruolo imprescindibile che i fondatori attribuiscono a questa forma espressiva che dev’essere, con uno slogan ripetuto all’epoca, «Un teatro d’arte per tutti».

Ma con questo presupposto è lo stesso Strehler che agirà, una volta diventato regista. Egli infatti è stato uno dei più grandi registi teatrali italiani (se non il più grande) e maggior responsabile di portare questa rivoluzione del teatro nella nostra nazione: l’avvento della regia. Egli fu animato dalla volontà di creare un teatro fatto da uomini per altri uomini e in cui l’uomo potesse raccontare e essere raccontato; insomma dove l’uomo fosse al centro di tutto, il cardine sul quale l’intera opera ruota e il punto di fuga alla quale tende.

Giorgio Strehler

Il ruolo di regista sicuramente concede enormi potenzialità di relazione e comunione tra più uomini. In prima battuta, attraverso il medium del testo, con l’autore col quale si scambia un dialogo prolifico, anche in sua assenza (e forse soprattutto nel suo silenzio), per elaborare un filone interpretativo che guidi la rappresentazione. Poi, sulla scena, con l’attore che deve rappresentare il testo mantenendo la linea interpretativa scelta. Infine, in sala, con lo spettatore attraverso la realizzazione materiale e vivente di un microcosmo quale quello virtuale dell’opera originaria. In questo processo un ruolo imprescindibile è da attribuire al testo che infatti rimarrà per tutto il corso della vita di Strehler un riferimento dal quale partire e che dà avvio, come una miccia, al processo creativo del regista (egli ha infatti sempre sostenuto di essere scelto dal testo e non viceversa).

Questo filo rosso che segue tutta l’opera teatrale nella sua profondità è lo stesso regista, a un tempo garante e responsabile di un ruolo del teatro all’interno della cittadinanza e di un compito di educazione della collettività, quale quello intravisto dai fondatori del Piccolo Teatro di Milano, che deve essere messo a disposizione della collettività stessa.

Stefano Brusco per MIfacciodicultura

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