Lo Stato d’Israele: settant’anni tra controversie e conflitti

0 1.195

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione n. 181/ONU sancendo la partizione tra arabi ed ebrei di quella regione mediorientale incastrata tra il Mediterraneo e la valle del Giordano, culla delle tre grandi religioni monoteiste della storia. Il piano, elaborato dall’UNSCOP, avrebbe dovuto entrare nel maggio dell’anno successivo, al cessare del mandato britannico sulla Palestina, e prevedeva la divisione del territorio in tre aree: uno stato ebraico (quello che verrà chiamato Israele), uno palestinese e la zona di Gerusalemme amministrata direttamente dall’ONU.

Il Comitato designato dall’ONU per trovare una soluzione al problema aveva considerato due possibilità. La prima proponeva la creazione di due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico, con Gerusalemme neutra e sotto controllo internazionale. Quest’alternativa ricalcava i contorni del disegno proposto dieci anni prima dalla commissione inglese Peel in un primo momento rimasto inascoltato. La seconda opzione delineava un unico stato federale, che contenesse entrambi i popoli.

Il Comitato votò orientandosi verso la prima delle due alternative, conscio di quanto fosse delicata la questione e dichiarando a lavori ultimati:

[…] è manifestamente impossibile in queste circostanze soddisfare interamente le richieste di entrambi i gruppi, mentre è indifendibile una scelta che accettasse la totalità delle richieste di un gruppo a spese dell’altro.

UNSCOP, Assemblea ONU, 3 settembre 1947

La risoluzione viene ferocemente contestata dagli arabi, che rifiutano l’idea di dover cedere territori sentiti come propri da più di mille anni ad un popolo di recente immigrazione. Nonostante ciò, un giorno prima dello scadere del mandato britannico e dell’entrata in vigore delle direttive ONU il leader del movimento sionista Ben Gurion proclama solennemente l’indipendenza dello stato ebraico in Eretz Israel: nasce in Palestina lo Stato di Israele.

Si tende a considerare la creazione dell’entità statale ebraica come una diretta conseguenza degli orrori dell’olocausto nazista. Sicuramente la nuova sensibilità uscita dalla guerra e l’ondata migratoria successiva a quegli eventi contribuirono ad accelerare il processo. Ma non fu quella la causa scatenante, si trattò piuttosto di una tappa. L’ultimo tassello di un puzzle cominciato decenni prima.

Per il popolo ebraico la Palestina rappresentava una regione storica, religiosa e mitica insieme, dai confini mai perfettamente definiti; era il simbolo biblico di quella Terra promessa da Dio, in cui un giorno fare ritorno, ponendo fine all’eterna diaspora, che affliggeva la stirpe semitica da millenni.

Alla fine del XIX secolo quel sogno di rientro in patria iniziò a rendersi concreto per una serie di circostanze. Il territorio palestinese, allora parte dell’Impero Ottomano, cominciò a diventare meta principale in cui stabilirsi per quei gruppi di ebrei perseguitati dalla furia zarista dei pogrom. In territorio turco iniziano a formarsi i primi insediamenti ebraici organizzati in cui la fatica per rendere feconde le terre si unisce allo sforzo di ricostruire un’identità di popolo. Nel 1897 il giornalista Theodore Herzl dà voce a questo sentimento nazionalista ebraico, dandogli veste politica al primo Congresso Sionista tenutosi a Basilea quello stesso anno.

Mentre il movimento sionista di liberazione nazionale va crescendo, scoppia la Prima guerra mondiale. È il 1914 e il Medio Oriente diventa uno dei punti nevralgici del conflitto. Il Regno Unito trova nelle comunità ebraiche un possibile alleato contro la presenza araba nel territorio ed è così che alla caduta dell’Impero Ottomano, all’indomani dell’entrata delle truppe del generale Allenby a Gerusalemme, viene pronunciata la storica dichiarazione di Balfour. Quest’ultimo, allora segretario inglese per gli affari esteri, affermò di appoggiare il progetto sionista di creare in Palestina un focolare nazionale per il popolo ebraico e garantendo l’impegno britannico al raggiungimento di tale obiettivo. Ciò andava ovviamente a scapito della presenza araba palestinese, che vedeva i propri diritti ignorati da quella stessa dichiarazione e sempre più calpestati dai nuovi vicini sionisti. I dissensi iniziarono a crescere negli anni Venti e l’insofferenza araba ebbe una risonanza tale da costringere la Gran Bretagna ad abbandonare l’idea di suddivisione della Palestina in zone d’influenza e addirittura a porre un freno alle migrazioni ebraiche provenienti dall’Europa nazista. Ciò scatenò aspri dissensi sionisti gettando il Mandato Britannico nel caos, incapace di gestire una situazione ormai del tutto sfuggitagli di mano.

Si giunge quindi al 1947. La guerra è conclusa, il Regno Unito rimette all’ONU qualsiasi decisione riguardante l’assetto palestinese, affermando di voler ritirare il mandato dalla regione l’anno successivo. Lo Stato di Israele sorge il 14 maggio 1948. Il giorno successivo Egitto, Siria, Iraq e Transgiordania uniscono i loro eserciti attaccando il neonato stato ebraico. La guerra termina con una prima pesante, quanto inaspettata, sconfitta araba: i profughi sono più 700 mila e saranno destinati a crescere inesorabilmente nei conflitti successivi. Si tratta infatti solo della fase iniziale di uno dei più caldi e irrisolti conflitti del Novecento, che ancora oggi non smette di rendere atroce la vita in quel lembo di terra stretto tra il mar Mediterraneo e la valle del Giordano.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.