Chi è “Il bufalo della notte” e perché ci sogna? Nel romanzo di Guillermo Arriaga la risposta

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Guillermo Arriaga

Potrebbe essere un ascensore per l’inferno. Tanto, nell’immaginario collettivo il profondo sud degli Stati Uniti d’America non ha in realtà confini così netti con il Messico, con buona pace di Donald Trump che lì non può costruire muri, forse. Oppure potrebbe essere una follia alla Patrick McGrath, un volo sul nido del cuculo, tanto per restare in tema di animali (mammiferi, uccelli, che fa?); essendo tecnicamente un thriller (ma è poi davvero così?), coglie la tentazione di richiamarsi a Norman Bates, con uno spruzzo di Bret Easton Ellis, con uno spruzzo di esistenzialismo, ma non più del lime (per favore, lime, non succo di limone) nella versione 3:2:1 del Margarita. Che poi, è anche uno dei personaggi de Il bufalo della notte, di Guillermo Arriaga: il nome di uno dei personaggi, in carne ed ossa, non il cocktail, sia chiaro, che poi in latino margarita significava perla, ma in spagnolo fa riferimento, molto più semplicemente, al fiore. Bello come una perla, il fiore. E anche il romanzo.

Sembra confuso, tutto questo? Certo che sembra confuso: Guillermo Arriaga è lo sceneggiatore di Iñárritu, per il quale ha scritto cosucce tipo 21 grammi e Babel, cui va aggiunto Amores Perros a comporre quella che viene definita come Trilogia sulla Morte. Posto poi che Arriaga è anche attore e regista (ha al suo attivo Burning Plain – Il confine della solitudine con Kim Basinger e Charlize Theron), chiariamo che per parlarne serve mettere in atto quel principio critico di proporzionalità inversa che coglie gli scriba quando impattano una singolarità scrittoria: ossia, più l’autore è originale, fuori dagli schemi, non riconducibile a filoni preconfezionati, e maggiore è la tendenza, per chi debba parlarne, a trovare pietre di paragone, per comunicare al potenziale lettore che cosa, grossomodo, si troverà di fronte.

La locandina del film

Un tanto, con Il bufalo della notte, ma Arriaga ha scritto anche Retorno 201, Un dolce odore di morte e Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina: tutti pubblicati in Italia da Fazi Editore, che ripropone il romanzo che aveva già pubblicato nel 2004 (ma Arriaga lo scrisse nel 1999); facile dire che è scritto con l’agilità di un copione cinematografico: facile, ma anche non corrispondente del tutto al vero, affermazione preconcetta basata sulla comprovata abilità e attività di Arriaga. Anzi, anche se nel 2007 Il bufalo della notte è già finito sul grande schermo con la regia di Jorge Hernandez Aldana, non abbiamo dubbi che nel passaggio ci sia del lost in translation.

Gregorio si suicida, con un colpo di pistola alla testa. Gregorio era giovane, Gregorio aveva già alle spalle un passato di nevrosi, forse di schizofrenia, certamente di ricoveri e psicofarmaci. Manuel, suo amico da sempre, deve fare i conti con questo tragico evento; ma non solo: nel ripercorrere la storia della loro amicizia e dei loro conflitti, Manuel si muove nel tempo e nello spazio, in entrambi i casi con un randagio, e deve affrontare anche i propri disagi. Che non sono pochi: e in questa ricerca di consolazione Manuel si alterna tra le braccia di Tania, che è stata la ragazza di Gregorio, e di Margerita, che ne era la sorella. Il bufalo della notte si delinea così come un thriller esistenzialista e introspettivo, del quale godiamo lo stile e le scelte lessicali asciutte e tese, in perfetta sintonia stile/materia.

Ma quello che sorprende e spiazza è la struttura inconsueta e la totale assenza degli escamotage classici della suspence declinata all’anglosassone, nella fattispecie la mancanza di circolarità della narrazione, dove le notazioni socioesistenziali fan da cornice, ed i fatti presentati hanno –  sempre – funzione esplicativa del passato e/o della soluzione futura del nodo narrativo. In modo congruente all’anglothriller, allora, ci arroghiamo il diritto alla circolarità, e riprendiamo il discorso relativo agli improvvidi paragoni a cui sottoporre questo Guillermo Arriaga ed il suo Bufalo della notte: il quale può in fondo essere definito un thriller (un noir, volendo) solo se come pietra di paragone prendiamo Paul Auster e la sua Trilogia di New York, per la quale la definizione di “romanzo giallo” va presa in maniera assiomatica, quasi fideistica.

Scrittore, sceneggiatore, regista

Con i romanzi della Trilogia, il Bufalo ha in comune il sapore del finale: naturalmente, il bufalo stesso è un fil rouge, concretamente parlando sotto forma di un tatuaggio che i protagonisti Manuel e Gregorio hanno in comune, metaforicamente carico di significati. «Il bufalo della notte ci sogna» è una frase ricorrente, ossessiva: da Alice nel Paese delle Meraviglie e da nevrosi. Frase misteriosa, assurda, che sentiamo assolutamente vera, che introduce al vero mistero del thriller.

Chi, o che cos’è, il Bufalo della Notte?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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