“La Stazione Termini di Roma”: un libro la racconta tra storia e innovazione

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La Stazione Termini di Roma è il più grande scalo d’Italia: non è semplicemente un luogo di partenze e arrivi ma un vero microcosmo che vive di intrecci relazionali e sociali e che pulsa all’interno del tessuto urbano. La sua poliedrica essenza, ingegneristica, architettonica, urbanistica, commerciale e culturale viene raccontata nel nuovo libro La Stazione Termini di Roma, scritto da Amedeo Gargiulo e Deborah Apolloni (Giordano Editore).

Stazione TerminiIl volume ripercorre la storia della stazione senza perderne di vista il ruolo centrale all’interno della città e mettendo in relazione questa con le altre stazioni delle maggiori capitali europee. Il tutto si snoda come un viaggio nella storia di Termini grazie anche alle numerose foto d’epoca che fanno da cornice alla modernizzazione di questo enorme crocevia. Si parte innanzitutto dal nome della stazione, fonte ancora oggi di dibattito tra chi ritiene che derivi dal latino thermae, vista la prossimità alle Terme di Diocleziano, e chi lo spiega con il concetto di “finito”, “concluso”.

Progettata da Salvatore Bianchi, edificata tra i campi e le vigne dell’Esquilino nel 1867, alla sua inaugurazione fu definita da Papa Pio IX «la stazione della Capitale d’Italia». Per quanto allora fosse sembrata troppo grande rispetto ai bisogni di una Roma che non superava i 200 mila abitanti, già quindici anni dopo si dimostrava insufficiente a gestire il crescente traffico ferroviario. Iniziarono così nuovi lavori che raggiunsero l’apice nel 1925 quando fu richiesto ad Angelo Mazzoni di studiare un nuovo progetto per l’ampliamento del vecchio fabbricato. Nel tentativo di elaborare un’integrazione tra vecchio e nuovo, l’architetto non poté però sottrarsi alle indicazioni del Duce che prevedevano forme classicheggianti, spazi ampi e solenni, e un enorme atrio che doveva fungere da imponente porta del tempio. Tuttavia, lo scoppio del secondo conflitto mondiale bloccò i lavori.

Al termine della guerra, le ali della nuova stazione erano quasi ultimate e il fabbricato frontale ancora da costruire. Ovviamente, il mutato clima politico non tollerava la romanità fascista e così venne lanciato un concorso di idee che vide la vittoria ex equo di due gruppi di architetti guidati da Montuori e Vitellozzi, che avevano l’obbligo di de-fascistizzare la facciata. Le caratteristiche dominanti del nuovo progetto erano forme chiare, trasparenti e funzionali, in armonia con quanto era già stato costruito, convivendo anche con gli 80 metri di mura dell’Agger Servianus. Nasce di qui il disegno finale, con il celebre dinosauro del tetto – pensilina, copertura colossale ed evocativa segnacolo di una Roma rinata dalle ceneri della guerra e pronta a misurarsi ancora una volta con la sua storia più antica, le mura serviane.

Il viaggio all’interno della Stazione Termini non si conclude ai binari, ma va oltre, ricordando gli anni d’oro della ferrovia presa d’assalto da troupe cinematografiche che raccontavano un’Italia appena uscita dalla guerra, passando per gli anni del degrado che hanno portato lo scalo a diventare anche un polo di solidarietà con l’apertura dell’Ostello della Caritas, l’help center e il Binario 95, per arrivare infine ai giorni nostri con una Termini ancora centrale nella vita di Roma, seppur in continua evoluzione.
Oggi è un luogo di incontri e di vita dove in pochi metri convivono uomini d’affari che predono treni di lusso e clochard per i quali la stazione è un luogo dove potersi riparare. Si tratta di una piazza per la città, che dà la misura dello sviluppo del Paese, ma è anche fusione tra le diverse vite che animano lo scalo dove gli scambi ferroviari diventano metafora delle scelte di vita.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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