Segen: il Dante del XXI secolo che canta l’inferno in Terra

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Per descrivere l’inferno in terra che è diventato il Mediterraneo ci prova anche la poesia, con le parole di Segen, lo sfortunato migrante libico morto a Pozzallo dopo essere fuggito dalla Libia in cerca di una vita migliore. Di chi si tratta? Si parla di un giovane al quale la crudeltà del mondo non ha permesso di raggiungere l’eudemonia, ovvero quella che Aristotele intende per la realizzazione personale.

Tesfalidet Tesfom è morto lo scorso 13 marzo, il giorno del suo arrivo presso lo hotspot di Pozzallo in Sicilia, a causa di malnutrizione e di tubercolosi, a seguito della perforazione di un polmone. Strazianti sono state le dichiarazioni dei medici che lo hanno curato e assistito: il dottor Angelo Gugliotta, medico della Misericordia ,riferisce che i migranti sbarcano sempre più con gravi carenze nutrizionali e affetti da scabbia e altre malattie. Non meno angoscianti, sono susseguite le dichiarazioni di Carlo Parisi, responsabile del contrasto all’immigrazione clandestina della provincia di Siracusa. Egli ricorda come, in seguito alla costruzione dei campi in Libia, arrivino ogni giorno migranti in condizioni di salute disperate, alcuni dei quali fortemente sottopeso. Uno di loro addirittura è arrivato a pesare 18 kg.

Segen è un soprannome: in tigrino è un nome da donna, ma è anche il nomignolo che si dà agli animali dal collo lungo, come struzzi e cammelli, che si trovano nel villaggio di Mai Mine, devastato dalla guerra con l’Etiopia tra il 1998 e il 2000. Da lì, Tesfalidet Tesfom è partito in cerca di una vita diversa e migliore. Sul suo viaggio dall’inferno a un altro inferno, il giovane migrante libico ha scritto delle poesie. Queste erano raccolte nel suo portafoglio e adesso conservate come una reliquia presso il suddetto hotspot. La direttrice, Emilia Pluchinotta, ha dichiarato che farà il possibile per farle avere alla madre di Segen.

Di seguito, una poesia del giovane migrante:

Non ti allarmare fratello mio

Non ti allarmare fratello mio, 
dimmi, non sono forse tuo fratello?
Perché non chiedi notizie di me?
È davvero così bello vivere da soli,
se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?
Cerco vostre notizie e mi sento soffocare
non riesco a fare neanche chiamate perse,
chiedo aiuto,
la vita con i suoi problemi provvisori
mi pesa troppo.
Ti prego fratello, prova a comprendermi,
chiedo a te perché sei mio fratello,
ti prego aiutami,
perché non chiedi notizie di me, non sono forse tuo fratello?
Nessuno mi aiuta,
e neanche mi consola,
si può essere provati dalla difficoltà,
ma dimenticarsi del proprio fratello non fa onore,
il tempo vola con i suoi rimpianti,
io non ti odio,
ma è sempre meglio avere un fratello.
No, non dirmi che hai scelto la solitudine,
se esisti e perché ci sei
 con le tue false promesse,
mentre io ti cerco sempre,
saresti stato così crudele se fossimo stati figli dello stesso sangue?
Ora non ho nulla,
perché in questa vita nulla ho trovato,
se porto pazienza non significa che sono sazio
perché chiunque avrà la sua ricompensa,
io e te fratello ne usciremo vittoriosi 
affidandoci a Dio.

Gli insegnamenti evangelici risuonano ovunque in questa poesia: Segen affida a Dio la sua vita dilaniata dalla sofferenza ma, soprattutto, non si dimentica del fratello, che può essere cristiano, musulmano, buddista oppure non credere in nessuno Dio, ma lo ama come se fosse di sangue. Sembra di ascoltare le parole di Cristo il quale nel Vangelo di Matteo (25, 31-46), ricorda l’assistenza ai poveri e ai derelitti, paragonandola a un servizio svolto per il Figlio di Dio.

Segen è il Dante del XXI secolo, con una differenza non da poco. L’inferno dantesco è una creazione letteraria, mentre quello descritto dal giovane poeta libico è purtroppo autentico, troppo. Fondamentale è ricordarsi che le vite umane devono essere tutelate e salvaguardate, sempre e comunque al di là di qualsiasi posizione politica o di coscienza.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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