Il Sessantotto: tradito da chi l’ha fatto ed illuso chi ci ha creduto

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Sono in corso da diverso tempo le celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto e con loro anche la passerella televisiva, editoriale, radiofonica etc. etc. che fanno della più grande rivoluzione del dopoguerra il frutto di un merchandising mirato e costruito. Ma in fondo cos’è stato il Sessantotto? Come ha influito nella società dell’epoca? E soprattutto, oggi ne riconosciamo la sua grandezza oppure viene ricordato come una meteora ancora lunga da venire e troppo breve da dimenticare?

Come ogni fatto storico non può essere etichettato in maniera sbrigativa ed oggettiva, il Sessantotto è stato un moto rivoluzionario a tutti gli effetti e come ogni rivoluzione porta con sé una critica feroce ed una forte approvazione, la linea che separa ciò è sottile, molto sottile. Fu innanzitutto un colpo nella società, uno scontro di generazioni, la messa a soqquadro di valori, ideologie e stili di vita. I “figli della guerra” quelli cresciuti a “pane e Carosello“, o frutti del boom economico mettevano in contestazione probabilmente l’unica certezza che c’era all’epoca: la famiglia. Prima delle barricate nelle piazze, delle università occupate, degli scontri a Valle Giulia e del periodo delle bombe, la contestazione invase le case di ogni individuo e i primi a cadere furono i padri. Non i padri in sé ma la figura che rappresentavano, emblema di una società troppo distante dai loro figli.

Il Sessantotto, in Italia in particolar modo, è stato un fatto a sé, sulla scia certo di quanto accaduto in Francia e nella lontana America ma con una portata sociale e politica decisamente diversa. In America molti “dreamers” lo consideravano come la fine di qualcosa: la fine della beat generation, del pacifismo assoluto, della libertà sessuale e dell’emancipazione della donna e degli afro-americani, in poche parole la fine dei ruggenti anni Sessanta, la Summer of love fu l’ultimo grande scoppio.

In Italia il Sessantotto inaugurò un periodo lungo e doloroso, solo nel nostro Paese infatti durò quasi dieci anni. La contestazione giovanile fu per certi aspetti il trampolino di lancio degli anni di piombo e la borghesia che guidò le rivolte studentesche si trasformò nella nuova classe dirigente, con valori diversi certo ma non poi così distante dall’ancien régimeche tanto avevano contestato. La controcultura invase la società in brevissimo tempo, eppure in uno studio condotto nel 1978 pare che solo il 18% dei giovani dell’epoca si identificasse con il cambiamento che stava avvenendo. I figli dei contadini, i giovani operai, quelli che vivevano nelle provincie più remote o nelle borgate, erano lontani dall’apertura mentale dei loro coetanei di città, quelli che ascoltavano Dylan, De André e leggevano Marx.

Il Sessantotto fu anche un avvicinamento di classi: quella borghese sposò la causa operaia creando un unicum dai forti contrasti ma con punti in comune che nel ’70 portò allo statuto dei lavoratori, rompendo invece con molti altri giovani che per campare facevano i poliziotti, quelli che Pasolini difendeva perché erano soltanto delle pedine in mano ai potenti: erano loro forse le vere vittime.

E poi emancipazione femminile al grido di «tremate, tremate le streghe son tornate!»: basta ad una società che vedeva la donna come una macchina sforna figli priva di ogni diritto. Va ricordata anche la legge Basaglia che arrivò ben dieci anni dopo ma era in certi aspetti figlia del grande cambiamento. Un cambiamento che in sostanza c’è stato: dal design all’arte, passando per la rivoluzione scolastica fino al “vietato vietare”. Eppure i contestatori hanno portato con sé anche una grande illusione, l’illusione di un cambiamento generazionale che purtroppo non c’è stato.

Oggi molti sessantottini sono direttori di giornali o firme importanti che sputano sentenze su tutto, tradendo spesso i loro antichi valori. Altri sono entranti in banca, sono funzionari statali proprio come i loro genitori che tanto avevano criticato. Nei licei ai tempi non si vedevano più completi grigi, barbe fatte e capelli pettinati: i borghesi rivoluzionari portavano l’eskimo, le Clark ai piedi, capelli lunghi e barbe incolte, era il loro modo di distaccarsi da una figura paterna che poi gli ha inghiottiti trasformandoli nella loro copia esatta.

Oggi si fanno i conti con una generazione che ha fatto la contestazione e l’ha tradita, trasformandosi nell’impiegato cantato da De André e con una parte di loro che era stata accecata dai moti rivoluzionari, che credeva davvero in quella utopica rivoluzione. Loro sono i veri sconfitti, quelli che hanno iniziato un cambiamento che doveva continuare perché da fare c’era ancora molto. Ma con il tempo il cambiamento era cambiato e con esso il sogno di una generazione.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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