Museo che vai selfie che scatti: le nuove frontiere del turismo culturale di massa!

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Sono da poco trascorsi due dei ponti più ambiti dai lavoratori: quello del 25 aprile e quello del 1° maggio. Milioni di italiani hanno deciso di trascorrerli nelle città d’arte, che si sono trasformate in gigantesche bolge infernali brulicanti di selfie, mappe, cappellini e occhiali da sole. Eccezion fatta per qualche ombrello che si è erto a scudo improvvisato contro la pioggia primaverile. A prima vista questo dato potrebbe sembrare positivo, ma come avviene oggi il consumo culturale? Si è purtroppo spesso ridotto ad una toccata e fuga, non tanto per il poco tempo che abbiamo a disposizione, ma per le nostre modalità di fruizione, sempre più interessate all’apparire che all’essere.

Così la gente finisce per visitare gli Uffizi solo per farsi un selfie con la Venere di Botticelli, il Museo del Louvre per posare al fianco della Gioconda e la Pinacoteca di Brera per baciarsi davanti al bacio più famoso del mondo, quello di Hayez. Le altre opere sono solo sfiorate con lo sguardo; non fanno scena sui social perché nessuno le conosce. E se nessuno le conosce non possono raggiungere il tetto minimo di like su Instagram o Facebook. D’altro canto le opere prescelte per lo scatto perfetto non hanno una sorte migliore: l’occhiata che il visitatore medio concede loro non va ad apprezzarne la bellezza del tratto o del colore, ma va semplicemente a calcolare l’angolatura perfetta per la foto da pubblicare sul momento. Pazzesco, direte! Ma i tempi vanno verso questa direzione. L’opera d’arte viene oggi depauperata del suo valore intrinseco per diventare mero oggetto-simbolo di uno status socioculturale. Così nasce la figura del consumatore seriale di mostre, animale onnivoro e sempre a caccia dell’esposizione migliore da immortalare. È l’acculturato, il consumatore di cultura prêt-à-porter, con la citazione perfetta per ogni occasione, meglio ancora se accompagnata ad un hashtag di tendenza. Questa propensione trova la sua espressione più palpabile proprio nelle mostre e nelle esposizioni museali, che vengono visitate a mo’ di catena di montaggio: si paga il biglietto, si segue un percorso obbligato in cui vengono fornite le conoscenze minime per trasformare le opere in concetti pronti all’uso e infine si arriva allo shop dell’esposizione. Tutto questo condito da milioni di foto: senza i propri autoscatti sui social si vive nel buio perché nessuno saprebbe dove siamo e con chi. Così sempre più istituzioni sposano la causa Social per farsi promozione: il Louvre di Parigi risulta il museo più condiviso al mondo e ogni giorno nascono nuove esposizioni, costruite con il fine unico di essere instagrammabili.

Impossibile negare la foto: alcuni grandi musei hanno persino inserito lo spazio condivisione nel percorso. Per fare qualche esempio ricordiamo che la mostra di Mirò a Torino aveva previsto dei punti selfie e una società di comunicazione si è inventata il sito VanGoYourself, che offre la possibilità di immortalarsi al fianco del pittore olandese. Le parole chiave sono quindi intelligenza artificiale al servizio della cultura e dell’arte: e qui arriviamo al nuovo esperimento di Google, che ha inserito nella sua app Google Arts & Culture una funzione che partendo da un selfie trova il ritratto più simile al soggetto, cercando in tutti i musei del mondo. La pratica dell’autoscatto viene poi celebrata a Los Angeles, dove è stato aperto il primo Selfie Museum, per arrivare all’apoteosi del Selfiemuseumday, che nel 2018 è stato indetto per il 17 gennaio.

E così il dilemma dei musei davanti a questa cultura di massa diventa uno solo: mi se vede di più se vieto la foto o se la indirizzo al meglio sui social? Il fenomeno è talmente diffuso che molti ricercatori e critici si stanno interrogando sulle sue ricadute: ma la risposta finale non sembra esserci! Da una parte troviamo chi lo ritiene un fenomeno del tutto negativo, frutto di un narcisismo sempre più radicato, che nei casi delle opere d’arte con meno di 70 anni viola anche il diritto d’autore; dall’altra non manca chi ritiene questa moda positiva, sostenendo che il selfie faccia ormai parte integrante dell’esperienza estetica moderna e che la condivisione delle opere porti agli artisti una visibilità mai vista in precedenza. Certo, vedere milioni di opere d’arte usate come semplice sfondo di un autoscatto, infonde ancora una profonda tristezza…

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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