Wisława Szymborska, uno sguardo semplice sull’amore e sulle ombre

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Non c’è da stupirsi del notevole successo acquisito nell’arco di un decennio da Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012), poetessa polacca insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. Uno degli aspetti più interessanti della sua scrittura è la grande capacità di saper descrivere con parole semplici ma dirette alcuni temi che, se non valorizzati dalle giuste parole, possono risultare banali.

Dell’amore, della morte, quanti hanno già parlato? La peculiarità che si riscontra nelle poesie della scrittrice è proprio il confronto senza filtri e sincero, privo di esaltazioni, con la realtà quotidiana, così familiare da turbare. Dietro la semplicità del linguaggio si nasconde una complessità disarmante, come nel caso de La cipolla:

[…]

Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.

[…]

In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

Szymborska in una foto del 1972

Solo nell’ultimo verso la Szymborska sembra schiudere il significato autentico che si nascondeva tra le righe precedenti, e da qui viene annunciato qualcosa che sa di convincimento: «l’idiozia della perfezione». Un elemento piccolo, che quasi nessuno degnerebbe di attenzione perché apparentemente privo di profondità, eppure ha una forma ben delineata, con dei contorni e e uno spessore, una solidità e nessun contorno vago. Tutto è reale e la nudità perfetta della cipolla si concretizza nel suo essere «senza provare timore». «A noi» la perfezione, alquanto ridicola, è negata.

L’amara ironia della Szymborska è un’acuta osservatrice, che scandaglia ogni movimento del quotidiano inglobandolo in una descrizione nitida e veritiera senza sfumature o aggiunte superflue: tutto è un incontro che avviene necessariamente attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, in un crescente confronto di situazioni.

[…]

Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

[…]

È avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

La stazione

La forza straordinaria della scrittrice polacca sta, dunque, nella riflessione. C’è la capacità di fondere continui piani di realtà, e familiarizzare con sguardi diversi e ritrovarsi ovunque e in chiunque, nell’assenza e nella presenza, in ciò che c’è prima e in quello che verrà, in chi si rincorre in stazione, in chi trascina una valigia, in un «bacio non nostro», sul fondo di una cipolla, fino a sentirsi il naso umido del cane. Tutto questo, portato all’esasperazione, conduce a un turbamento perché conduce ad assuefazione dell’ordinario. Scatti vecchi o ricordi d’infanzia, una linearità che disarma e porta a «[…] Non guardarci così / con quei tuoi occhi/troppo aperti, / come gli occhi dei morti» (Riso).

L’argomento amoroso è toccato dalla Szymborska con una delicatezza tale che se ne coglie l’inevitabile razionalizzazione, a discapito dello squilibrio e della perdizione che destabillizzano e mutano. Sconvolti sì, ma dalla regolarità, ammutoliti dinanzi a una pelle dolce e malinconica e senza parole per quel sapore che si avverte quando c’è consapevolezza che ormai, qualcosa di importante è già terminato.

Razionalizzare un contesto, un ricordo, una persona, significa avere un trasporto ben più profondo e maturo, che parte  dalla pura accettazione delle cose. L’imprevedibile accade, le storie, gli avvenimenti, gli oggetti, i ricordi si susseguono perché accadono, anche se in modo confuso, disordinato. Inoltre la vita, come la morte derisa, «[…] è il solo modo per coprirsi di foglie, […] // essere un cane, / o carezzarlo sul suo pelo caldo; // […] e persistere nel non sapere/qualcosa d’importante» (Un appunto).

Giorgia Zoino per MIfacciodiCultura

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