I Grandi Classici – “Eugénie Grandet”, il vizio dell’avarizia declinato alla francese, da Balzac

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Che sia realisme visionnaire, che sia quel surrealisme che Baudelaire utilizzò per definire l’opera di Honoré de Balzac, in fondo poco importa, ché l’eclettico romanziere francese, si sa, sfugge a definizioni precise: per sottrazione, ci importa per assurdo maggiormente che sia chiaro che stilisticamente siamo lontani alquanto dal verismo. Eppure, la tematica di Eugénie Grandet ha qualcosa di più del richiamo alla tematica verista, o almeno così appare se consideriamo il personaggio principale assoluto del romanzo il padre di colei il cui nome costituisce il titolo.

MacGuffin
Honoré de Balzac

È altresì vero che, come molta della critica considera Eugénie Grandet il capolavoro di Balzac (operazione, questa, invero alquanto oziosa), romanzo “della maturità”, di conserva discende solitamente il giudizio che queste pagine presentano due figure indimenticabili, ossia Eugénie stessa e il padre, che ci viene presentato semplicemente come M. Grandet, la qual cosa potrebbe indurre il lettore poco attento o distratto a credere che la sua importanza sia relativa. Eppure, oh!, quanto peso ha questa figura, che non sfugge ad una minuziosa descrizione fisica come si conviene ad ogni romanzo coevo, così come lo stile di Balzac, pieno ma non greve di ipotassi, e denso di descrizioni minuziose, dalla  fisicità appunto dei personaggi all’ambientazione.

La cosa più sensata che si può dire, invece, non è che la fortuna economica di M. Grandet sia la vera protagonista della storia, bensì che è il MacGuffin grazie al quale tutto accade, la roba mezzo secolo prima della sua codificazione tematica da parte di Verga (Eugénie Grandet esce nel 1833, Mastro don Gesualdo nel 1889); e se è vero che la La Comédie humaine è uno sguardo di insieme di più ampio respiro, tanto che è assodata l’influenza di Balzac su artisti quali Flaubert, Giono, Zola, Proust, è altrettanto vero che i vinti trovano spazio sia nell’opera di Balzac che qui nel romanzo. E questo, proprio grazie alla roba, alla fortune di M. Grandet, simbolo di successo e rivalsa ma che determinano lo spreco finale dell’esistenza, nella fattispecie di Eugénie alla quale i beni materiali impediranno di trovare la felicità in vita.

Un’antica illustrazione del romanzo

Non è assolutamente il caso di avventurarsi in riassunti della trama oltre quanto sin qui detto: al lettore interessato il piacere di scoprire i dettagli delle modalità con cui l’avidità di M. Grandet perde padre e figlia. Diciamo solo che anche qui, altra analogia, abbiamo una partenza in situazione di povertà, dal che dobbiamo notare che, come spesso accade quando il tema dell’opera è il vizio capitale dell’avarizia/avidità, la tematica connessa è quella della scalata sociale. Grandet, quindi, si delinea come membro a pieno titolo del non esistente Club degli Avari, il cui Direttivo è composto da Arpagone, Shylock, Ebenezer Scrooge e Zio Paperone, ed il cui epigono più illustre in tempi recentissimi può essere considerato Gordon Gekko. Non faccia sorridere il riferimento ad Uncle Scrooge: «…tutti erano convinti che M. Grandet possedesse un tesoro, un nascondiglio pieno di luigi, e che nottetempo si abbandonasse alle ineffabili gioie che procura la vista di una grande massa d’oro. Gli avari ne avevano quasi la certezza vedendo gli occhi del brav’uomo ai quali il giallo metallo sembrava aver trasmesso il suo colore» sembra effettivamente un dialogo o monologo di una delle storie di Carl Barks.

Un’edizione moderna di “Eugénie Grandet”

«Roba mia, vientene con me», scriverà Verga; Grandet, in punto di morte, tenta ancora di impossessarsi del crocefisso dorato che il prete gli avvicina durante l’estrema unzione: ed alla figlia impartisce, spirando, un ultimo ordine, «Abbi cura di tutto, me ne renderai conto laggiù». Balzac, che fu oltre che romanziere anche saggista, critico, stampatore e soprattutto aforista, non manca della capacità di cogliere l’ironia connaturata al vizio che dipinge, e quel “laggiù” ne è fulgido esempio. Nondimeno, la cifra emotiva del romanzo è la malinconia, che coglie soprattutto rispetto alla figura di Eugenie ed alla tematica della vita sprecata: con quel «Non ci sei che tu a volermi bene» che una Eugénie ormai donna rivolge a Nanon, la domestica di casa Grandet, e la chiosa «Il denaro finisce per trasmettere le sue tinte fredde a questa vita e infondere diffidenza per i sentimenti» viene in mente anche Citizen Kane, lo spreco dell’esistenza secondo Orson Welles.

Ma in fondo, non sono tutte destinate allo spreco, le nostre esistenze, che vanno perse così, come lacrime nella pioggia, alla fine del nostro ruolo da comparsa nella Commedia Umana?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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