Rinascimento Urbano: Maurizio Cattelan ci mette la faccia… anzi, la fronte!

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Vendere parte del proprio corpo alle aziende perché si pubblicizzino con dei tatuaggi rappresentanti i loro loghi sembra uno degli audaci scherzetti portati in scena da Totò in Totòtruffa 62, eppure è oggi una modalità di promozione in crescente diffusione. In questo contesto tra il fantascientifico e il farsesco non poteva mancare il nome di Maurizio Cattelan, che il 23 aprile si è presentato alla cerimonia di conferimento del titolo di Professore Onorario dell’Accademia di Belle Arti di Carrara con un messaggio pubblicitario… sulla fronte! La scritta – Rinascimento Urbano – rimanda a un concorso lanciato da Huawei in occasione dell’uscita italiana degli smartphone P20 e P20 Pro, con l’obiettivo di promuovere la rinascita degli spazi urbani nel Bel Paese. L’alleanza tra pubblicità e corpo non è certo una novità, così come l’idea di affittare centimetri di pelle ad un marchio. Pioniere in questo campo è stato Philip Airosa, studente che inaugurò la storia del tattoo come strumento di pubblicità creativa, chiedendo 1000 dollari per ogni centimetro quadrato di pelle. E lo skinvertising trova oggi il principale esponente in Joe Tamargo, che ha il corpo e il viso interamente coperti di loghi e indirizzi web.

La nona ora

Quindi a ben vedere questa volta Cattelan non ha fatto nulla di straordinario, anche se bisogna ammettere che la potenza mediatica garantita dalla sua adesione al progetto supera tutti i casi precedenti. L’abito non fa il monaco, ma il nome fa la pubblicità. D’altro canto l’artista di origini padovane è famoso per le sue provocazioni: lui stesso ha affermato in un’intervista al Corriere della Sera dell’aprile 2017, che il suo scopo non è tanto quello di far parte di una galleria quanto di volere essere parte integrante del dibattito pubblico. E non a caso gli calza meglio la definizione di genio del marketing che quella di artista.

Così, in occasione della sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1993, al posto di esporre un’opera originale affittò il proprio spazio espositivo a un’agenzia di pubblicità, che lo utilizzò per scopi commerciali. Manco a dirlo il titolo dato all’intervento era Lavorare è un brutto mestiere. Sei anni dopo creò una fittizia mostra internazionale insieme al curatore Jens Hoffmann, una fantomatica Sesta Biennale dei Caraibi, con tanto di budget, catalogo e lista di noti artisti. Un’unica pecca: l’evento non esisteva e l’opera consisteva in due settimane di villeggiatura gratis per gli artisti invitati. Tanto peggio per i critici accorsi inutilmente, che si sono ritrovati con un pugno di… niente!

Installazione di Cattelan al Guggenheim di New York

Al fianco di queste opere invisibili, Cattelan ha prodotto nel corso degli anni anche opere fin troppo tangibili. Come dimenticare La nona ora del 1999? Una scultura raffigurante papa Giovanni Paolo II steso a terra colpito da un enorme meteorite, immagine talmente potente ed iconica da essere ripresa al termine della sigla della serie televisiva The Young Pope di Paolo Sorrentino. Ma l’istallazione che ha colpito maggiormente l’opinione pubblica è la scultura meneghina Tre bambini impiccati, apparsa in Piazza XXIV Maggio nel 2004 e raffigurante tre bambini dai tratti e dal vestiario occidentali impiccati ad un albero. Una scena spiazzante quanto basta perché un passante indignato si issasse sull’albero per “salvare” i manichini, procurandosi fratture e ferite nell’atto di compiere una paradossale, quanto inutile, liberazione. A seguire la brulicante mobilitazione della stampa nazionale. Insomma, al di là dell’opera, che può essere a buon diritto ritenuta di cattivo gusto, quello che fa riflettere è la capacità di Cattelan di smuovere una stampa sorda agli stimoli lanciati dall’universo dell’arte contemporanea. Per non parlare della sua facilità nel risvegliare la cosiddetta opinione pubblica, infervorata come se fossero stati davvero impiccati dei bambini. Anzi, infervorata come non mai, visto che viene pure il dubbio che se i bambini fossero stati veri nessuno si sarebbe fermato a liberarne i corpicini straziati. È proprio questa la forza dell’arte contemporanea: stupire e spingere un essere umano sempre più freddo e distaccato a farsi delle domande, di qualsiasi natura esse siano. Se è così, ben vengano la provocazione e l’esagerazione, forse unico antidoto al sonno della ragione di questi tempi. Lo stesso Cattelan ha dichiarato a proposito dei suoi manichini «La realtà che vediamo in questi giorni in TV supera di molto quella dell’opera. E quei bambini hanno gli occhi aperti: un invito a interrogarsi».

Si può quindi concludere dicendo che la vendita della propria fronte come spazio pubblicitario ha ben poca forza se paragonata alle prove di cui si è reso protagonista negli anni passati, ma è degna di un personaggio sempre in bilico tra sarcasmo e avvertimento, tra cattivo gusto e sublime ironia. Per citare il critico d’arte Francesco Bonomi, possiamo certo dire che «le opere di Cattelan hanno una tripla vita. Nella realtà, nei media e nella memoria. La prima vita è umana, la seconda spirituale, la terza eterna». Insomma, Huawei ha scelto la fronte giusta!

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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