Hemingway e “Il vecchio e il mare”, un romanzo da Nobel e da Pulitzer

0 1.076

Ernest Hemingway pubblica nel 1952 una delle sue opere più famose: Il vecchio e il mare (The Old Man and The Sea). Il 4 maggio 1953 riceve il Pulitzer per questo romanzo, mentre il 28 ottobre 1954 ottiene il Nobel per la Letteratura: entrambi i premi sono dovuti a quel libro, che sembra mettere in luce finalmente le sue qualità. In realtà, il suo romanzo più famoso e conosciuto probabilmente è Per chi suona la campana (For Whom the Bell Tolls), del 1940. Ma la sua gloria letteraria venne riconosciuta solo una decina di anni dopo:

For his mastery of the art of narrative, most recently demonstrated in The Old Man and the Sea, and for the influence that he has exerted on contemporary style.

Ernest Hemingway e "Il vecchio e il mare", un romanzo da Nobel e da Pulitzer
Il vecchio e il mare

Hemingway non ritirerà il Nobel per i suoi problemi fisici: quando gli venne portato il premio, sembra abbia riposto «troppo tardi». Sicuramente, in questa fase della sua vita, l’autore cominciava già a accusare i problemi psicofisici che lo accompagneranno fino al suo gesto estremo nel luglio del 1961: si sparerà in bocca con il suo fucile che la moglie aveva messo sotto chiave, proprio per paura di un suo suicidio.

Il vecchio e il mare rimane comunque uno dei suoi romanzi più famosi: per il tema e per la trama, spesso è stato accostato a Moby Dick (1851) di Melville. C’è anche chi, però, tra i critici ha voluto vedere Morte nel pomeriggio (Death in the Afternoon), del 1932, la sua vera balena bianca, per l’epicità del romanzo.

Ma come si può non accostare Melville ed Hemingway, parlando di questo romanzo? In realtà, Ernest più volte rinnegò un’influenza del romanzo ottocentesco, affermando di non aver voluto inserire tratti epici nel suo romanzo.

Certo, bisogna sempre relazionare un prodotto alla sua epoca: Melville ha scritto, senza dubbio e volontariamente, un romanzo epico. C’è un eroe, Ishamel; c’è una lotta contro il nemico, in quel caso la balena bianca, Moby Dick; c’è un viaggio per mare che, metaforicamente, è un itinerario di conoscenza; ci sono anche altri eroi, minori, nel romanzo, come gli arpionieri che perdono la vita cercando di catturare il pescecane. Per finire, ci sono ovviamente numerosi significati religiosi legati alla bianchezza della balena. Ma eravamo nell’America del 1850, che cercava in tutti i modi di costruirsi la propria letteratura e di legittimare il proprio dominio. Melville è uno dei grandi pilastri della scrittura americana, che scrisse il romanzo epico che mancava ad uno stato di così recente nascita.

Hemingway era entrato in contatto con i modernisti, con la guerra, con i cambiamenti di un secolo nel continente americano: erano gli anni ’50 quando scrive Il vecchio e il mare. C’era molta più diffidenza verso il presente e il futuro, non c’era la costante idolatria del passato, si cominciava a pensare che la letteratura non fosse così potente. La fiducia dell’uomo cominciava a scarseggiare, soprattutto dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Ad esempio, ne Per chi suona la campana, il tema della morte e del suicidio è largamente analizzato: i personaggi di Hemingway sono stoici, affrontano a muso duro la vita, spesso consapevoli di essere destinati alla morte.

Insomma, la fiducia di Melville nell’umanità viene certo meno a fine ‘800: basti pensare a Conrad e come aveva raccontato del mare e della politica. L’epicità, nella letteratura americana (ma non solo), viene sempre meno, per lasciare la strada ad uno strano senso di fatalità che incombe su tutti noi.

Alla fine, Hemingway affermava di far parte di quella da lui definita come la Generazione perduta.

Questo è uno di quei casi della letteratura in cui un tema all’apparenza così simile può essere declinato in modi davvero molto diversi.

In entrambi i romanzi, comunque, indubitabilmente centrale è il tema della ricerca: i due narrano delle avventure in mare aperto, che diventa praticamente l’unico scenario e un nuovo protagonista. E, in tutte e due i casi, catturare la preda è fondamentale per la sopravvivenza: questa assume un significato economico, oltre che simbolico. Ma, purtroppo, il risultato è sempre lo stesso.

La rovina.

Anche il finale è ravvicinabile: Ishamel, unico sopravvissuto del naufragio del Pequod, viene trovato da altri navigatori di un’altra nave e può tornare all’umanità, anche se segnato dal dolore dell’accaduto. Anche Santiago torna all’umanità, dopo che i pescecani hanno reso il Marlin un semplice scheletro. Sarà Maolin, unico personaggio amico del solitario pescatore, a risollevargli l’animo affranto.

Si tratta sempre di lotte tra l’uomo e la natura che, alla fine, si ribella quando attaccata: tanto Moby Dick quando il Marlin sono due pesci catturati e cacciati dall’essere umano, che si divincolano ad una presa di un essere troppo piccolo e fragile per fronteggiarli. L’elemento naturale e quello umano sono in equilibrio, fino a che qualcuno scaglia il suo arpione: allora, lì, il mare si ribella.

Il viaggio di questi uomini, solitari o accompagnati da un equipaggio, si risolve in un cammino verso la conoscenza, verso la consapevolezza.

Ernest Hemingway e "Il vecchio e il mare", un romanzo da Nobel e da Pulitzer

Consapevolezza che forse l’uomo di oggi dovrebbe immagazzinare: la natura, se attaccata, risponde.

Non possiamo comandare sempre tutto, non possiamo sempre avere il controllo: il mondo naturale che ci circonda, alla fine, è vivo come noi. E non merita di essere soggiogato ai nostri capricci.

Un viaggio verso la conoscenza, per il mare aperto, alla ricerca di qualcosa che già sappiamo che faticheremo ad avere e che, probabilmente, perderemo: tutto questo, unito ad uno stile che ha fatto scuola e ha modificato la produzione letteraria del ‘900, sicuramente sono motivi validi per vincere un Nobel per la Letteratura.

Anche se, forse, era troppo tardi per Hemingway per apprezzarlo e comprendere la sua importanza per la pagina scritta.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.