Street art ain’t street anymore? Il punto della situazione sull’arte urbana

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Recentemente è apparso un articolo su Artslife in cui viene intervistata Sara Manfredi, la co-fondatrice del Cheap Festival, annunciando che uno dei festival più importanti per la Street art non verrà più riproposto a causa della strana strada che, a detta sua, è stata intrapresa tra i fautori del genere, che rischiano di perdere la propria identità. A seguito di questa dichiarazione, è parso naturale interrogarsi se davvero sia così: la Street art non è più street? Le delucidazioni sono arrivate da Matteo Bidini, della Street Levels Gallery a Firenze, hub creativo in cui trovano sfogo molti street artist.

La Street art è in fortissimo cambiamento. Banksy è quello che ha dato un valore economico enorme a quella che prima era vista come la macchia sul muro, perciò ha iniziato ad interessare anche a chi tendenzialmente va contro, cioè il sistema arte. Questo e molte altre cose hanno snaturato fortemente il movimento street art, tra cui le nuove generazioni che la utilizzano come strumento pubblicitario gratuito. Ciò ha portato all’allargamento dell’incompetenza generale, veicolando un’idea sbagliata, i molti artisti infatti non comunicano con il tessuto sociale in cui intervengono, ciò ha portato all’instupidimento dei fruitori di questi interventi.

Guerrilla Spam, Angeli del bello

Il fatto che stia cambiando non è un elemento di disturbo per Matteo, d’altronde il fenomeno street art esiste dagli anni ’80, è normale. Non esiste una vera e propria teoria sull’arte urbana, ma «si stanno creando dei contorni teorici: nuove gallerie, nuovi produttori, nuovi mediatori culturali che si adattano in base ai tempi e cambiano il modo di trattare l’arte e gli artisti, indirizzandosi verso un piano più umano e sociale; ciò fa paura al sistema arte. Arriverà comunque una teoria che distinguerà tra gli street artist stessi».
Riguardo al Cheap Festival, si è detto dispiaciuto poiché era una bella realtà, una delle poche ad inviare messaggi concreti, ma abbandonarlo significa anche rischiare davvero di far deragliare tutto, proprio per l’assenza di una vera e propria linea guida. Allo stesso tempo «non li capisco i graffitari nudi e puri» che vogliono portare rigidità nel fare street art «come mio nonno che dice: prima era meglio. Ora non è prima, i nuovi ragazzi non hanno lo stesso background dei primi artisti urbani». Anche l’artista Zed1 è intervenuto, sostenendo che effettivamente la ricerca è diversa, molte gallerie prendono artisti solo per farsi pubblicità, ma le curatrici del festival invece di far vincere il sistema commerciale, avrebbero dovuto perseguire l’obiettivo curatoriale di discernere i talenti.

Il fatto che opere di artisti urbani vengano esposte in gallerie – si ricorda che la Street Levels Gallery è presente al padiglione Rastriglia all’interno della Mostra dell’Artigianato a Firenze con una selezione di opere e un intervento del sopracitato Zed1 – non toglie la qualifica “urbana”, sono comunque artisti trasversali e spesso ciò che viene esposto negli ambienti galleristici è fortemente connesso con le opere effettivamente realizzate per strada. Inoltre è da ricordarsi che sono persone, e che del loro lavoro devono campare. Ciò che quindi ha fatto tracollare il Cheap Festival dev’essere stata l’idealizzazione della street art. Come ha giustamente detto Bidini: «non carichiamo l’arte di doveri che non ha».

Blu, No Muos, Sicilia

Ciò che sta succedendo in questo ambito è lo stesso procedimento che è successo nel mondo dell’arte, ovvero la normalizzazione. Questa è un processo necessario. L’arte urbana è stata inglobata nel sistema (inteso come termine neutro), assimilandolo al proprio codice. La Street art si sta segmentando e specializzando, ma è un fenomeno assai tipico. L’arte urbana ha ancora la sua peculiarità pop – il termine non è esclusivamente offensivo, lo diventa solo per i limitati  sopra citati del “prima-era-meglio” – ovvero comunica in maniera lineare ed esplosiva con le persone comuni.

La Street art sta vivendo il suo periodo di assestamento, una volta avvenuto ciò e una volta che i suoi interpreti avranno riflettuto sul movimento, si potrà assistere ad una ondata di competenza, a cui le generazioni future potranno guardare. A discapito degli Angeli del Bello, che imbiancherebbero anche la Cappella Sistina.

Alex D’Alise per MIfacciodiCultura

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