Writers: tra vandalismo ed arte in una società di haters professionisti

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Spesso, mi è capitato di imbattermi in articoli di denuncia contro la piaga del millennio: i writers. Questa sedicente setta di pericolosi malviventi, a detta dei loro detrattori, vesserebbe l’intera società civile, configurandosi in una vera e propria epigenia dei costumi che, infiltrandosi come una falda tra le parti più friabili del sottosuolo, rilascia, qua e là, residui e spore di vandalismo nel fertile terreno del tessuto sociale del paese.

Così i writers e l’arte di “imbrattare” i treni divengono i bersagli di una polemica appesa tra una bulimica tracotanza e un’indefessa propensione alla negazione di una pluralità di prospettive. È questa l’immersione illogica di una società che ritrova nella deviazione dai percorsi predefiniti la presunzione del reato. Ci si indigna di tutto ma mai di nulla fino in fondo e la condivisione di un link su Facebook is the new “scambiamoci un segno di pace”, con lavaggio delle coscienze annessa.

Siamo alla frutta, sì, ma di questa ne son rimasti appena la buccia e i semi. Se fossero queste le battaglie di civiltà verso le quali proiettarsi con invereconda passione e travolgente impeto, noi italiani saremmo i primi della classe. E invece lasciamo spazio ai tromboni denunziatori di aberrazioni e abiezioni, i quali trovano costantemente sfogo sui canali più diffusi, diffondendone il verbo e costruendo ottimo materiale per i social e i suoi protagonisti più acclamati: i bloggers, gli haters, i leoni da tastiera, i webeti (tanti sono stati i nomi coniati per denotare, in modo altrettanto coerente, quei soggetti che danno libero sfogo alle proprie, seppur discutibili, “idee” in seno alla rete).

È la democrazia 2.0 bellezza! verrebbe da dire. Oggi, compreso il sottoscritto, ognuno può dir la sua ed esprimere il proprio pensiero, pubblicamente. Pensieri, questi, ahimè, non opportunamente filtrati dalla propria conoscenza sul tema, né tanto meno confinati da vincoli disegnati attraverso un consapevole uso delle parole, risultando perciò, il più delle volte, alla stregua di miasmi privi di valore alcuno, rilasciati incuranti nell’aria che, tutti noi, nostro malgrado, siamo costretti a respirare. Ed è per questa ed altre ragioni che il senso di sdegno verso codesti “imbrattatori-di-treni-e-palazzi” potrebbe, e forse dovrebbe, riconfigurarsi invece in un ambiente più adatto, uno spazio di analisi scevro da pregiudizi e, soprattutto, liberato dagli aficionados della polemica imperterrita, cedendo invece il campo a una prospettiva diversa.

Sia chiaro, è ovvio che siamo tutti in grado di far differenza tra un gesto artistico e un banale imbrattamento. Fare a gara a chi aerografa più firme (tag) sulle pareti dei palazzi o sui vetri di un treno – che tra l’altro è un bene di pubblica utilità – la dice lunga sulla pochezza di intenti e qualifica la sorgente dalla quale parte tale atto. Ma il graffitismo ed i writers sono molto altro. Fanno parte di una cultura variegata che merita una riflessione più allargata.

Il vero tema che si nasconde dietro agli angoli di questo ragionamento, quindi, è capire se l’arte ha il dovere, oppure no, di sottostare a delle regole. Io, personalmente, credo di no. Sono anzi convinto che l’arte rappresenti, in questi tempi di catalogazione ed etichettatura, il riscatto e lo sdoganamento ante litteram di tutto ciò che è considerato intellettualmente proibito. Il superamento della regola, la demarcazione della linea che si colloca tra “cosa è giusto” o “cosa è sbagliato”, non può condizionare l’arte. Ciò ne varrebbe la sua lente deflagrazione, un depauperamento della sua potenza espressiva, del suo grido straziante, spiazzante, penetrante, ne ridurrebbe miseramente il volume del messaggio, confinandola a locus amoenus di intrattenimento.

L’arte privata della gioia, della licenza poetica, del suo fluire libero come flusso di coscienza, non sarebbe più arte. Pertanto sbaglia chi si batte contro i writers, chi cerca di arginare loro e tutte le altre forme espressive dentro vincoli e binari predefiniti, perché stabilire confini e costruire recinti rischia di divenire un vuoto esercizio di stile, un’ampolloso coacervo di retorica che ne snaturerebbe energia e senso.

Questa è arte?

Kant nella Critica della ragion pratica diceva «il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me». In questo trattato, il filosofo tedesco, non fa l’elenco delle azioni morali e non morali, né cerca di definire quali precetti l’uomo debba seguire per vivere piamente, egli si spinge più in là, cercando di enucleare la vera e più radicale questione: cos’è la morale? Allo stesso modo, così noi dovremmo procedere senza tentare di etichettare il graffitismo e i writers sulla base dei nostri gusti e del nostro sentire, piuttosto invece costituirebbe esercizio di più larga e profonda utilità domandarsi sinceramente cosa sia l’arte. E allora capiremmo che fuori dalla questione etica, l’arte è tutto ciò che rompendo gli schemi induce a una contrapposizione delle viste, distorcendo gli equilibri e mutando la forma della nostra percezione. Essa è la forza che può guidarci fuori dalla nostra “comfort-zone” e, proprio come il braccio s’allontana dal cuore in un gesto d’abduzione, farci giungere in uno spazio lontano e metafisico, il solo dove un uomo può essere se stesso e abbracciare una più profonda e intima riflessione.

Se questa scintilla possa essere innescata da un graffito, o da un murale, che ben venga l’arte di strada, che ben vengano i writers.

Stefano Mauro per MIfacciodiCultura

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