Social media: alleati o nemici dell’informazione quotidiana?

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Quante persone possono affermare che, almeno una volta negli ultimi quindici giorni, dopo essersi svegliati, aver preso il caffè, esser usciti di casa, hanno comprato un giornale? Davvero pochi, probabilmente. Il cartaceo pare non funzionare più come una volta, tuttavia la questione non si limita unicamente a questo problema ma, più o meno direttamente, ne interfaccia un altro: quanti effettivamente si informano di quanto accade tramite qualsiasi mezzo, cartaceo o digitale che sia? Il rischio è che la risposta sia di nuovo quella di prima, cioè “davvero pochi, probabilmente”. Troppo spesso ci si limita, pigramente, a scorrere la bacheca di qualche social media convinti che lì si possa ritrovare qualsiasi notizia importante, senza bisogno di informarsi da altre fonte, né verificare se le stesse siano autentiche o meno. Dinanzi a questo scenario, quali sono i rischi effettivi?

Si tratta di una questione affrontata e che trova pareri discordanti tra giornalisti e editori che si confrontano incessantemente da anni, senza ovviamente mai arrivare a una risposta assolutamente giusta. Al Festival del Giornalismo di Perugia, il dibattito si è riaperto ancora una volta con l’intervento di Rasmus Kleis Nielsen, direttore del Reuters Institute for the Study of Journalism all’Università di Oxford, il quale ha fatto appello ai numeri per rimarcare quello che secondo lui è un “problema vero e proprio”: circa il 65% dei lettori di notizie accede alle informazioni tramite i social media o i motori di ricerca e la percentuale sale a 75% se si considerano i lettori al di sotto dei 35 anni. La preoccupazione maggiore messa in luce dalla ricerca del Reuter Institute riguarda la questione economica. Infatti, il mondo delle notizie è storicamente legato alla pubblicità. Con la perdita di presa sul mondo dei lettori e, di conseguenza, lo scarso controllo sul mercato i giornali hanno perso molti guadagni per un calo strutturale della pubblicità. Si preferisce apparire sui media che sulla carta.

Rasmus Kleis Nielsen

Rasmus Kleis Nielsen ha avanzato una proposta innovativa, anche se all’inizio può apparire bizzarra: dare vita a una nuova istituzione, le “Nazioni unite delle notizie”, che avrebbe il ruolo di trovare delle soluzioni e degli standard uguali per tutti. Una delle possibili vie d’uscita sarebbe infatti quella di tornare alla vecchia abitudine degli abbonamenti. Una ONG delle notizie garantirebbe, da un lato, dei guadagni più equilibrati e dall’altra una maggiore qualità dell’informazione, con una premiazione per gli articoli originali. Un’evoluzione in tal senso potrebbe avere dei risvolti positivi dal punto di vista della qualità perché permetterebbe di offrire un’ampia concorrenza nella quale il vecchio sistema giornalistico del “copia e incolla” potrebbe essere superato dando voce ad organismi e persone altamente qualificati e ad una maggiore cura nello scrivere gli articoli. Un’istituzione potrebbe inoltre proteggere il mercato delle notizie da una proliferazione incontrollata e ridimensionare il fenomeno delle fake news e di quell’improvvisazione giornalistica alla quale si assiste spesso sui social media.

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Social Media

Pare che sia necessario risvegliare una certa “coscienza” nei lettori, per una riappropriazione di un sistema di informazioni  selettivo i cui canali possano garantire notizie autentiche, in un mondo che ormai è dipendente dall’essere bombardato incessantemente da notizie, suono e immagini. Per partecipare in maniera attiva nelle comunità e sentirsi cittadini del mondo, non è sufficiente scorrere le bacheche dei social media e immagazzinare passivamente quei pochi dettagli che sembrano essenziali, in grado unicamente di far provare emozioni passeggere e dare adito a commenti superficiali. Il compito di chi vuole realmente informarsi è quello di costruire un universo intellettuale, non importa se fatto di algoritmi o carta stampata, costruito coscienziosamente giorno per giorno su notizie vere e non prese da una bacheca che cambia informazioni e le fa scorrere via nell’intermezzo di un secondo.

Consuelo Ricci per MIfacciodiCultura

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