Lars von Trier: tra cinema d’autore, provocazioni e controversie

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Lars von Trier
Lars von Trier

Nato il 30 aprile 1956, il regista e sceneggiatore danese Lars von Trier è sicuramente una delle figure più controverse del panorama cinematografico mondiale, sia per quanto riguarda la sua produzione filmografica sia per i suoi frequenti atteggiamenti provocatori nei confronti dei media. In particolare, è difficile dimenticare le sue dichiarazioni di adulazione verso Adolf Hitler e d’odio verso Israele pronunciate al Festival di Cannes del 2011, sebbene il regia abbia voluto liquidare la questione appellandosi al suo pessimo senso dell’umorismo.

Se decidiamo in ogni caso di lasciare da parte questi infelici episodi nel nostro giudizio sull’autore, il ritratto di von Trier che ci viene restituito dai suoi film è invece quello di un grande visionario, qualificabile tra i maggiori esponenti del cinema europeo degli ultimi decenni.

Dopo aver inserito la particella nobiliare “von” al suo nome come omaggio al regista Josef von Sternberg, il regista danese esordisce dietro alla macchina da presa tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Una delle particolarità della sua poetica cinematografica si rende presto evidente: Lars von Trier è solito infatti costruire le proprie storie attorno a grandi tematiche che fungono da fulcro narrativo centrale che le pone in stretto collegamento tra loro. Tra le sue prime produzioni possiamo così individuare la trilogia europea, composta da L’elemento del crimine (1984), Epidemic (1988) e Europa (1991). Questi film sono dedicati ad analizzare la condizione del continente europeo dopo il secondo conflitto mondiale, ma i tratti che li accomunano non sono solamente tematici, ma anche stilistici. Spesso alcune sequenze vengono presentate in bilico tra realtà e immaginario grazie all’utilizzo dell’ipnosi come artificio narrativo, cercando di mascherare quella che di fatto è la vera indagine di von Trier in queste opere: l’esplorazione della natura intrinseca dell’uomo.

Lars von Trier
Europa

In Epidemic vediamo Lars von Trier cimentarsi anche come attore nel doppio ruolo di uno sceneggiatore e di un personaggio da lui stesso creato: una commistione tra reale e fittizio che ritorna più volte nel corso della pellicola e che ne altera le fondamenta narrative, mettendo in dubbio la natura stessa del medium cinematografico. Grazie al successo di Europa inoltre, il regista fonda la casa di produzione Zentropa con la quale finanzia The Kingdom – Il regno, una miniserie televisiva horror dai toni oscuri e surreali. Zentropa gli fornisce anche i mezzi per lanciare nel 1995, insieme al collega Thomas Vinterberg, il controverso movimento cinematografico Dogma 95. Seguendo alcune regole delineate in un manifesto, questa corrente ha alla sua base l’idea di proporre un cinema “puro” che ha come scopo quello di restituire la verità «al costo di ogni buon gusto ed ogni considerazione estetica». Scenografie, colonne sonore e luci artificiali non sono previste nella realizzazione di un film: tutto deve essere girato senza oggetti di scena e solo con la macchina a mano. Von Trier tuttavia produce solo una pellicola che aderisce pienamente a queste regole (Idioti nel 1998) e guardando alla sua produzione più recente sembra chiaro il perché: l’idea che il regista debba astenersi dal creare un’opera perché considera «l’istante più importante del complesso» non sembra in realtà rappresentare il suo pensiero reale dell’arte cinematografica e appare piuttosto come un gioco avanguardistico fine a se stesso.

Lars von Trier
Una scena da Dogville

Anzi, era già chiaro da due dei suoi capolavori che molti avvicinano al Dogma 95 sebbene non vi appartengano: Le onde del destino (1996) e Dancer in the Dark (2000). Insieme al già citato Idioti fanno parte della trilogia del cuore d’oro, dedicata all’esplorazione dei drammi vissuti da persone genuinamente buone, ma a differenza di esso appaiono come due opere pienamente complete: trainate delle grandi capacità attoriali ed espressive di Emily Watson e della cantante islandese Björk, Le onde del destino e Dancer in the Dark sono forse le pellicole che rappresentano al meglio le doti di von Trier nel saper unire storie interessanti con uno stile visionario ed eclettico. Un’altra figura femminile importante che troviamo nel cinema di Lars von Trier è Grace in Dogville (2003), interpretata da Nicole Kidman. La pellicola fa parte insieme a Manderley (2005) di una trilogia incompiuta dedicata agli Stati Uniti e ha tra i suoi punti di forza il suo setting particolare: Dogville è infatti una cittadina che Lars von Trier ha creato utilizzando un set scarno e minimalista, quasi teatrale nella sua apparenza. Gli aneddoti dietro a questo film sono molteplici: il regista danese ha rivelato di averlo scritto in 12 giorni sotto l’effetto di alcol e di sostanze stupefacenti, mentre Nicole Kidman ha dichiarato di non voler più collaborare con von Trier per l’enorme stress alla quale è stata sottoposta durante le riprese.

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Charlotte Gainsbourg in Antichrist

Un’attrice che invece ha deciso di apparire in diverse opere dell’autore è Charlotte Gainsbourg, che ritroviamo infatti nell’intera trilogia della depressione: più precisamente, in Antichrist (2009), Melancholia (2011) e nei due volumi di Nymphomaniac (2013). La sessualità è una delle componenti fondamentali di queste pellicole e spesso è la fonte delle pulsioni distruttive dei protagonisti. Tuttavia, oltre a riprendere le riflessioni sulla malignità della natura umana presenti nelle sue prime produzioni, con questi film von Trier ha deciso di esplorare a fondo anche le proprie problematiche personali legate alla depressione inserendole direttamente nel suo lavoro, nella ricerca di una catarsi che lo purifichi da esse. Se ci sia riuscito non lo possiamo dire, ma quello che è certo è che con questa trilogia il regista danese si è dimostrato in grado di sviluppare un percorso autoriale maggiormente consapevole e maturo rispetto al passato: un segno tangibile e profondo del suo grande estro registico.

Cosa aspettarsi dal suo ultimo film, The House That Jack Built, che debutterà fuori concorso al prossimo Festival di Cannes? Matt Dillon interpreterà uno spietato serial killer attivo in America negli anni ’70 e il film si preannuncia già come un racconto spietato della malvagità umana: in arrivo polemiche o applausi dalla critica? Lo scopriremo molto presto.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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