Di paura il cor compunto – Alessandro Manzoni e l’umanità della paura

0 1.247

Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – Milano, 1873) ha spesso parlato di paura nei suoi scritti, studiandone le cause e le conseguenze nell’individuo. Per Manzoni, la paura è parte integrante dell’animo umano: tutti prima o poi la provano; è un disagio che può trasformarsi in colpa, ma che può essere vinto con il coraggio. I personaggi del suo capolavoro I promessi sposi propongono un vasto campionario di tipi umani che, uno dopo l’altro, provano questa emozione.

Manzoni
Alessandro Manzoni

Ma passiamo al testo. Quali personaggi sono caratterizzati dalla paura? Il primo che citiamo è il personaggio del romanzo ormai entrato nell’immaginario comune in quanto figura esemplare di uomo pavido e imbelle: il sacerdote don Abbondio. «Don Abbondio […] non era nato con un cuor di leone». Egli è un esempio delle conseguenze più meschine a cui può portare la paura: restare immobilizzati e non vivere, bensì lasciarsi vivere; lasciar decidere ai parenti il proprio futuro, per paura di osare o di prendere decisioni individuali («Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete»); stare sempre e comunque dalla parte del più forte, colpevolizzando le vittime («A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto»). Si tratta di un esponente minore di una classe sociale conservatrice, portatore di una morale individualistica evidentemente in contrasto con la buona novella cristiana, ma del tutto comprensibile all’interno di una consolidata gerarchia sociale. Alessandro Manzoni lo ha reso una macchietta, volendo suscitare il sorriso di chi legge; il lettore odierno potrebbe arrivare addirittura a disprezzarlo; o, al contrario, a riconoscersi in lui.

Il secondo personaggio dei Promessi sposi a essere associato alla paura è Lucia. A differenza di don Abbondio (che mai ammette direttamente le sue paure!), è proprio lei a rivelare il suo disagio: «dopo quell’incontro, le strade mi facevan tanta paura…». La ragazza sta parlando chiaramente dell’incontro con don Rodrigo, signorotto prepotente, molestatore e stalker ante litteram: nei secoli le dinamiche tra soverchiatori e vittime restano immutate, anche se cambiano le parole per definirle. D’altronde, per indicare il fatto, Manzoni usa la parola “persecuzione”, che, guarda caso, è la perfetta traduzione italiana di “stalking”; e, forse, è persino più efficace. Don Rodrigo, piccolo nobile di provincia, per rimarcare il proprio “potere” ricorreva all’oppressione dei più deboli: e scommettere sul corpo di una ragazza insieme al cugino, il conte Attilio, doveva sembrargli il giusto modo per farlo. La paura provata dalla ragazza è purtroppo un disagio tuttora facilmente comprensibile.

Don Abbondio e i bravi

Il terzo personaggio associato alla paura è, in realtà, un oggetto: la grida (ovvero, l’editto) del 1627 letta a Renzo dal dottor Azzecca-garbugli: «grida fresca; son quelle che fanno più paura». Questa paura rivela la completa soggezione nei confronti del linguaggio tecnico del potere da parte di chi, non avendo studiato, non è in grado di capirlo. Rivela inoltre il timore reverenziale verso coloro che, al contrario, quel linguaggio possono comprenderlo e utilizzarlo (i «dottori»): pensando alle cronache di oggi, evidentemente le cose, grazie a (o per colpa di) Internet sono cambiate. L’ammirazione verso chi ha studiato sembra essere scomparsa, sostituita dalla volgarità fanfaronesca degli ignoranti. Eppure, il saper leggere non coincide con il saper comprendere: anche Renzo sapeva leggere. Oggi il promesso sposo manzoniano, tastiera in mano, sarebbe anche lui un complottista e un leone da tastiera?

Ma vediamo a chi passa, successivamente, il testimone della paura: a padre Cristoforo, una delle figure più affascinanti del romanzo. Egli è un frate cappuccino, che prende la decisione di vestire il saio durante il percorso di espiazione iniziato dopo aver commesso un omicidio ai danni di un nobile, «arrogante e soverchiatore di professione». Egli è tormentato dal pensiero che possa essere stata la paura dei propri nemici a spingerlo in convento; tuttavia, decide di seguire la vocazione, prendendo come nome da frate quello della sua vittima.

Illustrazione di Renzo, Lucia e fra Cristoforo

Fra Cristoforo è un personaggio positivo all’interno del romanzo, uno dei pochi ad essere consapevole delle proprie paure e a riuscire a gestirle trasformando la loro energia in coraggio. È lui, infatti, il primo che si prodiga concretamente per la difesa di Lucia, decidendo di recarsi direttamente a parlare a don Rodrigo. Durante l’incontro, le parole diventano la sua arma per scoprire le debolezze dell’avversario. Ormai è un frate, non utilizza più la spada per combattere i duelli; eppure, questo il loro di parole è altamente significativo. Durante un banchetto organizzato dal tirannico signore, fra Cristoforo prende la parola, deponendo ogni timore e ogni convenevole ipocrita, per smascherare le sue colpe: «Avete colmata la misura; e non vi temo più. […] Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura». Con qualche frase ben assestata, fra Cristoforo riesce a mostrare don Rodrigo, sempre circondato dai lussi dorati della piccola nobiltà, nella più abietta ridicolaggine d’uomo.

Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…

Le parole del frate ebbero il potere di disarmare il signorotto dalla vanagloria, mostrandolo nudo nella sua povera villania, nonché nella sua profondamente radicata paura: perché egli, nonostante il potere e gli agi, non era certo meno soggetto a questo sentimento rispetto agli altri personaggi.

Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.