Il capolavoro di Calderon de la Barca: “La vita è un sogno”

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Calderon de la Barca

Calderon de la Barca (1600-1681) è uno dei maggiori drammaturghi spagnoli vissuto nel Siglo de Oro, il periodo di massima floridità della Spagna. Egli si dedica durante tutto il corso della sua vita ai maggiori temi che caratterizzano e rendono peculiare questo periodo: l’onore e la religione cristiano-cattolica. Le sue opere infatti vengono attratte dalla forza gravitazionale di questi grandi fari, fondamentali per gettale luce sulla Spagna dell’epoca, e attorno ad essi girano in orbite ellittiche. A un certo punto però della sua vita Calderon (quando diventerà cappellano nel 1653) imiterà da due a uno solo i motori del proprio estro creativo drammaturgico: quello religioso. Da questo momento progetterà solo autos sacramentales: drammi di carattere religioso che si svolgevano in Spagna durante le processioni per i festeggiamenti del Corpus Domini in cui su carri attori recitavano la vicenda in particolari momenti della processione vicino a luoghi religiosi di particolare importanza. Nel 1634 Calderon scrive il suo primo auto sacramental ma è un anno dopo, nel 1635, che scrive il suo capolavoro: La vita è un sogno.

Questa opera, da molti descritta riduttivamente come dramma filosofico-teologico, indaga e scandaglia in profondità un grande numero di argomenti rimodulando in un particolare modo anche i due temi sopra accennati (onore e religione): riesce a spaziare dal rapporto che caratterizza un padre col proprio figlio alla relazione tra vita amorosa e vita virtuosa, portando anche un’indagine sul potere nelle sfaccettature in cui incontra l’onore all’interno della sfera politica e sentimentale, aprendosi infine a parlare dello stretto confine che intercorre tra realtà e finzione. L’importanza di quest’opera nella letteratura spagnola è capitale.

” La vita è un sogno”

La storia parla di un regno guidato da un re di nome Basilio, abilissimo matematico, fisico e astronomo, che legge nelle stelle il suo futuro e quello della propria stirpe: suo figlio di nome Segismundo ucciderà, alla nascita, la madre e, da grande, ridurrà suo padre in ginocchio facendo dei suoi capelli canuti proprio tappeto e dominerà il regno in maniera dispotica e tirannica. Per evitare la profezia, una volta nato il figlio col sacrificio della madre, Basilio rinchiude in segreto Segismundo in una torre tra le montagne imponendo su quelle terre il bando ai suoi sudditi.

La vicenda inizia con Rosaura, una donna mossa dalla volontà di riguadagnare l’onore sottrattole da Astolfo nel momento in cui questo non ha rispettato la promessa fattole di sposarla, che arriva alla torre di Segismundo e sente la sua storia. Subito però Clotaldo, vassallo del re Basilio e carceriere di Segismundo, la trova e la cattura. Alla cattura, requisendole la spada, si accorge che quell’arma è la stessa che, molto tempo prima, lui aveva dato come pegno d’amore a una donna promettendole il ritorno mai arrivato. Capisce quindi che Rosaura è il frutto dell’amore suo con questa donna: è sua figlia.

L’azione si sposta a corte dove Basilio incontra i suoi due nipoti e unici pretendenti al trono: Estrella e Astolfo che hanno deciso di sposarsi per porre fine alla diatriba per la successione. Basilio comunica a tutti il progetto che intende realizzare per testare la veridicità della profezia da lui letta nelle stelle molto tempo addietro: rivela l’esistenza di Segismundo e la sua volontà di fargli vivere un giorno da re. Clotaldo arriva con Rosaura proprio nel momento in cui il re rivela la grande notizia ai suoi sudditi rimuovendo contemporaneamente il bando che gravava sulla torre del principe, salvando così la vita di Rosaura (la punizione per la non ubbidienza al bando era la morte).
Nel secondo atto l’esperimento viene messo in atto e Segismundo viene narcotizzato e portato a corte. Al suo risveglio, non abituato alla gestione del potere perché nato tra le bestie delle montagne, uccide un servo irrispettoso e cerca di violentare Rosaura. Viene nuovamente narcotizzato e riportato nella torre dove Clotaldo gli comunica che tutto quello che ha vissuto non era altro che un sogno. Le ultime sue parole sono importantissime per la vicenda e guideranno tutte le successive azioni di Segismundo: «neanche in sogno si perde ad agire per il meglio».

Nel terzo e ultimo atto di La vita è un sogno un’enorme folla, che non vuole sottostare a regnanti stranieri quali sono Estrella e Astolfo, libera Segismundo dalla torre. Segismundo, completamente cambiato dall’esperienza del “sogno”, concede a Clotaldo di tornare dal re e si mostra disposto ad aiutare Rosaura a riprendere l’onore perduto contro Astolfo. Tra Segismundo e Basilio però è ancora in atto lo scontro per il dominio del regno; i due eserciti dei rispettivi comandanti si scontrano e prevale quello del primo. Basilio allora è costretto a inchinarsi davanti al figlio e fare dei suoi capelli a lui tappeto. Segismundo, con l’ossessione di agire bene per paura che tutto finisca e si riveli solo un bel sogno, si inchina egli al padre dandogli la possibilità di giudicarlo per le terribili azioni fatte. Così facendo Basilio si rende conto che il figlio si merita la corona e la storia finisce con Segismundo re, Rosaura e Astolfo sposi (dal momento che il suo matrimonio di comodo con Estrella per la successione non ha più senso che si faccia) e l’ombra del dubbio che grava costantemente su tutti di essere nella finzione piuttosto che nella realtà, non nella veglia ma nel sogno.

Bibliografia:

Pedro Calderon de la Barca, La vita è un sogno, Fausta antonucci (a cura di), Venezia: Marsilio Editori, 2009.

Stefano Brusco per MIfacciodicultura

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