Yves Klein le Monochrome: una Rivoluzione Blu tra sacro e profano

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Può un’opera d’arte abbracciare il vuoto o, addirittura, essere l’immaterialità? Un alone mitico circonda Yves Klein, nato a Nizza il 28 aprile 1928, e la sua breve ed esplosiva carriera artistica. Per sette anni intensissimi, dal 1957 al giorno della sua morte, vita e opera furono inscindibili in un progetto umano e artistico trascendentale.

Il pittore dello spazio si lancia nel vuoto (fotomontaggio, 1960)

Yves Klein morì a Parigi, di infarto, a soli 34 anni, il 6 giugno 1962. Per oltre metà della sua vita sottopose corpo e mente a un rigidissimo controllo, attraverso il judo e una spiritualità miracolistica, a tratti delirante. Visionario impaziente, rincorse una vita per lo più immaginaria, lontano anni luce dalla Terra, proiettato in dimensioni sovrumane, come se sentisse arrivare la fine mentre si avvelenava coi fumi tossici nel suo atelier.

La preoccupazione costante della sua vita fu il vuoto: non quella di colmare una lacuna esistenziale, ma quella di impossessarsi dell’immateriale per eccellenza e renderlo percettibile e vivibile.

Non terminò mai la scuola, non faceva al caso suo. Si formò però a Tokyo presso la più prestigiosa scuola di judo del mondo e per la prima volta nella storia un francese eguagliò un giapponese nelle arti marziali ottenendo il grado di quarto dan. Yves Klein era figlio di artisti e doveva liberarsi dal titolo di “figlio di”, oltre che essere il migliore al mondo in ogni campo. Chi visse accanto a lui lo ha descritto come una persona volubile nei rapporti umani, ma saldamente ancorato a tutto ciò che sta al di là della vita mortale. Era un naufrago del Paradiso.

Monocromo blu senza titolo (IKB 67), 1959

Ai suoi allievi della scuola di judo impartiva anche rigorosissime lezioni di pittura monocroma. Il samurai abbracciò definitivamente la pittura nel 1956, col titolo di Yves le Monochrome. La sua prima mostra personale a Parigi suscitò molti rimproveri: le opere vennero squadrate dall’alto in basso come decorazione, un tentativo fallito di replicare il suprematismo di Malevič.
Klein, col sostegno del critico d’arte Pierre Restany, ci riprovò l’anno successivo alla Galleria Apollinaire di Milano. Piero Manzoni rimase sbalordito e Lucio Fontana acquistò uno degli undici monocromi blu esposti.

Klein non si può scindere dal blu, colore con cui proclamò una nuova era. E pensare che i primi monocromi erano arancioni. Brevettare l’IKB − International Klein Blu − non servì a proteggere il colore, ma l’idea. L’IKB è una particolare miscela di pigmento e resina in grado di restituire un colore liquido vibrante e vellutato come pigmento in polvere: per Klein fu come scoprire il segreto del cielo e lo sguardo sbalordito del primo uomo sulla terra verso la volta stellata.

La Rivoluzione Blu oscillava tra il neodada e il misticheggiante, tra il profano e il sacro. Da una parte una vita vissuta come una performance mondana, dall’altra l’equilibrio del monocromo. Klein non creò solo diverse centinaia di opere tra pitture, sculture, ritratti tridimensionali dei più cari amici, ambientazioni architettoniche, ma anche opere d’arte immateriali, quadri-impronte (antropometrie) con modelle usate come pennelli viventi e, naturalmente, il suo personaggio, matrimonio compreso, incarnando un Cristo moderno.

Ex voto per Santa Rita da Cascia (1961)

Gli mancava però una coerenza teorica, così scrisse il Manifesto dell’Hotel Chelsea, nel 1961, quando a New York si trovò di fronte un’accoglienza tiepida e l’ostilità di Rauschenberg e Johns. Si donò al suo pubblico vendendo lo spazio immateriale, impregnato della sua sensibilità, in cambio di lingotti d’oro da gettare nella Senna per riequilibrare il cosmo.

Tre lingotti li racchiuse in un ex-voto a Santa Rita da Cascia, santa degli impossibili e dei casi disperati. Uno scrigno di plexiglass presso il santuario della santa racchiude il senso della vita di Yves Klein e la sua triade trascendentale, pigmento rosa carminio, blu IKB e foglie d’oro, tre lingotti d’oro e sette foglietti con una preghiera.

PR 1, Ritratto in rilievo di Arman (1962)

I monocromi di Klein non accolgono il caos e le ferite della modernità, l’imprevisto, il rischio, ma la sensibilità pittorica senza la pittura. È un culto dell’invisibile, una sublimazione. Se in Piero Manzoni troviamo la fierezza del sapersi mortale, l’esaltazione delle necessità biologiche e la negazione di tutto il resto, in Klein prevalgono l’affermazione e il pensiero, non accettava la sua condizione di uomo e aspirava all’eterno, a una dimensione sovrastorica. Manzoni non aveva bisogno di spirito, Klein ne era ossessionato. Gli Achrome di Manzoni sono solo cose, superfici, i Monochrome di Klein sono simboli.

Niente linee, niente figure, niente cornice, solo grandi superfici monocrome di un’intensità accecante. I primi monocromi sono superfici tattili di onde increspate, poi non si vede più neanche il segno lasciato dal rullo. Il Blu di Klein è un abbraccio cosmico, vellutato, che impregna l’atmosfera: ti assorbe, ti calma, ti scuote. Cielo e terra si incontrano in un nulla profondo che ha il colore del mare e la profondità della vertigine.

Il capolavoro di Yves Klein è lui stesso, Yves le Monochrome.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Federica dice

    Ciao Annalisa il tuo articolo mi é piaciuto un sacco e avvicina davvero a una sensibilitá complessa come quella di Klein. Grazie per averlo scritto!!
    Buona giornata
    Federica

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