Appropriazione culturale: società aperta o neocolonialismo?

0 1.148

Nell’ultima Fashion Week, una delle grandi cerimonie del jet set milanese e di chi vorrebbe farne parte, Gucci ha gettato nuova benzina su un tema delicato e troppo spesso taciuto: l’appropriazione culturale. Il noto marchio ha pensato di trasformare il Dastar, il turbante della regione del Punjab, in un accessorio alla moda. Senza pensare che usare per tale scopo un indumento sacro della religione Sikh avrebbe scatenato un vespaio. O forse se lo aspettava, ma del resto far parlare di sé è la croce e delizia di ogni brand.
Scivolone o mossa strategica, esistono limiti all’uso, anche fuori contesto, di oggetti e simboli provenienti da altri popoli? Si tratta cioè di stabilire se una cultura dominante li assimila perché ne subisce il fascino (apprezzamento culturale) o perché li vuole aggredire e depotenziare (appropriazione culturale). Sfumature che spesso si confondono, difficili da districare nella società multietnica

Stando alla letteratura accademica nata negli anni ’70 e ’80 sul colonialismo, quest’ultimo si sarebbe macchiato di furto di proprietà intellettuale in aggiunta allo sfruttamento delle risorse dei Paesi sottomessi. Un doppio saccheggio ai danni della loro identità.

Ogni giorno possiamo imbatterci facilmente in gambe e braccia tatuate con disegni tribali, capigliature rasta o perché no corsi di capoeira. Oggetti e rituali che nel mondo occidentale non hanno più la loro originaria aurea sacrale. Non raccontano più storie di un passato “magico” e sottomesso per mano degli imperi coloniali, tutt’al più seguono gli ultimi trend decisi da chi vorrebbe dare un tocco più esotico (ergo figo) alla propria immagine. Il che non ci scandalizza, perché in fondo siamo consumatori.

Pasolini aveva intuito lo scenario della nostra mutazione antropologica. Esemplare in tal senso la sua interpretazione della celebre campagna Jeans Jesus firmata da Oliviero Toscani e Emanuele Pirella. Slogan come “Non avrai altro jeans all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua” sotto un bel posteriore femminile mostrano come il linguaggio pubblicitario, da Vangelo moderno, si appropri di simboli della tradizione cattolica. Nel gennaio di quest’anno, un’azienda lituana è finita nei guai per motivi simili, condannata per offesa alla morale pubblica avendo realizzato poster di Gesù e Maria a fini commerciali. Ma la sentenza sembra più un’eccezione che la norma. La provocazione, in quanto gesto di controcultura, finisce così per rientrare nel mainstream culturale.

È ancora possibile una ricerca di sacralità nel villaggio globale che mette a repentaglio le identità locali? I critici dell’appropriazione culturale, tra cui gli alfieri del politically correct da un lato e i populisti dall’altro, sono schierati in prima linea per questa ricerca. Curioso tuttavia notare due premesse traballanti, se non paradossali:

  1. I primi, pur tessendo le lodi della tolleranza e del multiculturalismo, tendono a vedere come invasiva qualunque contaminazione fra culture. Tipico errore da radical chic: viva la società aperta ma in compartimenti stagni.
  2. I secondi professano una purezza della propria cultura che non è mai esistita. Perché la storia è un susseguirsi di contaminazioni e rielaborazioni. Cosa poteva essere Roma senza i miti e la filosofia stoica della Grecia conquistata? Poteva nascere il rock senza il soul, la musica degli schiavi afroamericani? Che fine avrebbe fatto gran parte della letteratura popolare e del cinema italiano senza il selvaggio West?

Doveroso tuttavia riconoscere nel caso Gucci un’aria vagamente ipocrita. La trovata, che stilisti e creativi hanno giustificato nel nome di una diversità astratta, è al tempo stesso un alibi che solleva costoro proprio dal confrontarsi coi diversi in carne e ossa. Niente di nuovo sul fronte patinato delle star. Dopotutto è facile dichiararsi antirazzisti e sbandierare l’uguaglianza universale quando possiamo trincerarci nel divismo. Basti pensare a Beyoncé in versione dea indiana nel videoclip Hymn for the weekend: tributo a una cultura orientale o semplice escamotage estetico?

La verità è che finché il nostro artista preferito, osannato dallo star system, sfoggerà abiti o oggetti “strani” per uno di quel livello non indagheremo oltre. Siamo più bravi a scandalizzarci quando per esempio vediamo un immigrato adottare certi stili di vita peculiari del Primo Mondo, cioè di quel mondo fortemente plasmato dagli USA, come la manipolazione dell’Iphone e la spasmodica ricerca di wi-fi. Non proprio un retaggio da guerriero zulu insomma. In questo caso siamo inclini a percepirlo più come furto che come condivisione.

La cultura non è comunque una proprietà esclusiva, altrimenti dovremmo prendercela con ogni caucasico tatuato a mo’ di gangster giapponese, come vorrebbe la retorica del buonismo imperante, che spesso per paura di urtare la sensibilità di altre etnie dimentica la propria (vedasi vicenda presepi e canti di Natale banditi a scuola). Vivere in una società meticcia non appiattita sulla mera tolleranza significa anche  perlomeno conoscere le storie dei simboli che la animano.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.