Dante Virgili e il romanzo “La distruzione”: storia di un nazista fallito

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ed. Pequod

Dante Virgili (Bologna, 1928 – Milano, 1992) è stato uno scrittore italiano, autore principalmente di libri per ragazzi, realizzati utilizzando degli pseudonimi. I suoi unici due romanzi, La distruzione e Metodo della Sopravvivenza, incontrarono grandi difficoltà nell’essere pubblicati: il primo è edito dalla Mondadori nel 1970, ma rimane di fatto sconosciuto fino alle ristampe avvenute negli anni Duemila, mentre il secondo viene pubblicato soltanto nel 2008 dalla Pequod. Ma qual è la motivazione di tanta reticenza nei confronti del materiale proposto da Dante Virgili? E soprattutto, chi è questo autore la cui vita e produzione sono rimaste nell’ombra?

Riguardo al “soggetto Virgili”, l’unico modo per poter scoprire qualcosa di lui è attraverso le svariate lettere, in parte raccolte e analizzate da Antonio Franchini nel testo Cronaca della Fine, che gli editori Mondadori si sono scambiati in relazione alla possibilità di pubblicare il suo romanzo La distruzione. 

Da questi scambi epistolari si scopre che Dante Virgili è un uomo solitario e allo stesso tempo infinitamente solo. Da chi lo conosce viene definito repellente. Non ha affetti, non sa relazionarsi con il mondo e con gli altri, ma cerca disperatamente attenzioni. Dante Virgili sogna in grande. Si aspetta di scuotere l’opinione pubblica, che le masse si mobilitino per lui e per i suoi scritti, a favore o contro non è importante. Un uomo dalla salute cagionevole, a dispetto dell’immagini violente che propone ai lettori e dietro alle quali tenta di nascondersi. Dante Virgili è patologico. Frustrato, infelice, asociale. Un uomo che impietosisce: quando muore nessun famigliare o amico si è preso a carico il suo funerale e così è stato Ferruccio Parazzoli, collaboratore Mondadori, che gliene ha pagato uno. Non per stima, non per affetto, non per legame: per pena.

Un altro aiuto importante per poter ricostruire l’immagine di quest’uomo tormentato viene dal suo primo romanzo, La distruzione: il protagonista è per certi aspetti alter ego del suo autore.

ed. Il Saggiatore

Il testo descrive la vita di un uomo, senza nome e senza volto, soprannominato da Franchini il Distruttore, appunto. Di lui si sa che lavora come correttore di bozze per un giornale, occupazione poco appagante per il protagonista. Siamo nell’estate del 1956, anno in cui il mondo è in fermento per la crisi di Suez. E il Distruttore sogna. Sogna in grande, proprio come il suo autore. Il protagonista si crogiola in scenari apocalittici che prevedono lo scoppio di una guerra nucleare che metta finalmente fine a «quell’esperimento mal riuscito che è il genere umano». Questi immaginari di distruzione sono l’unica magra consolazione per una vita di desolazione.

Il Distruttore pare avviluppato in un presente che detesta, in una quotidianità frustrante fatta di persone, ambienti e situazioni mediocri. Ma non è sempre stato così: in passato, il protagonista -così come il suo autore- è vissuto in Germania. Nel caso del Distruttore siamo nella “gloriosa” Germania nazista, nella quale quest’uomo ha trovato grandi soddisfazioni e anche l’amore, lavorando come traduttore per il regime. Nei ricordi di questo passato felice il protagonista si nasconde, rimpiangendo e rivivendo costantemente la Germania hitleriana. Il romanzo procede per rievocazioni, rese attuali dall’uso frequente di intere frasi in lingua tedesca, in un climax ascendente che porterà, nel finale, il Distruttore a identificarsi con lo stesso Hitler.

Odio. Odio vivo, sanguinante, pulsante. Odio vero, non gioco di prestigio, sotterfugio letterario, pigro sfogo di penna. Odio, odio, odio. […] L’odio totale non ha un obiettivo preciso, o un piano d’accusa, è un’irradiazione circolare che investe ogni elemento e soprattutto l’origine del proprio odio: se stessi.

Così Roberto Saviano introduce la nuova edizione – edita da Il Saggiatore nel 2016 – del romanzo virgiliano.

Perché, allora, la Mondadori ha deciso di dare una possibilità a questo romanzo? Dopo anni di travagli editoriali, fatti di reticenze, dubbi e critiche l’opera è stata data alle stampe. Siamo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Un momento storico particolare e culturalmente vivace: è il momento delle grandi Metafisiche d’Avanguardia, con Eco, Sanguineti, Mario Tronti.

Forse, l’intento era quello di fare scandalo tra l’opinione pubblica e così attirare l’attenzione. Ebbene, il testo virgiliano è stato ignorato dal pubblico e dagli intellettuali dell’epoca. Come è giusto che sia. Questo’opera più che essere qualcosa, non è nulla. Non è neanche realmente nazista: Virgili ha qui sfogato il suo odio, il suo disgusto verso il mondo, ma ancor prima verso se stesso. L’elogio romantico – e inquietante – al Nazismo non è altro che maschera di qualcosa che in realtà di politico ha ben poco. Virgili non era un militante, non si è mai impegnato per un causa. Era soltanto un uomo patologico, che sgomitava per avere il suo momento di gloria. Ma lo ha fatto nel modo sbagliato: per fortuna, nel  mondo non c’è più posto né per il Nazismo, né per una sua rievocazione nostalgica.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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