#EtinArcadiaEgo – L’insegnante e il suo ruolo: il pensiero di Quintiliano

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«Guardate: questa è la scuola […] guardate in quale gorgo di tremenda sciagura è caduta». Forse parafrasare così il celebre coro dell’Edipo Re sofocleo esagera i contorni della vicenda, ma ciò che sta accadendo negli ultimi mesi nel mondo scolastico è sconcertante: non passa settimana ormai senza che saltino fuori preoccupanti storie di violenze verbali e a volte fisiche nei confronti di insegnanti, fino alla punta massima toccata dai video usciti qualche giorno fa in cui un professore di scuola superiore viene pubblicamente umiliato di fronte alla classe. Al solito, prima di cercare soluzioni si cercano colpevoli: alunno, professore, genitore, scuola, chi condannare, chi mettere al rogo come capro espiatorio di una situazione ben più grave? La verità, probabilmente, è riconoscere che la colpa va divisa, e ognuno di questi dovrebbe fare qualcosa per cambiare in meglio. Riguardo gli insegnanti per esempio, molto da dire avrebbe Quintiliano, celebre oratore e magister romano vissuto nel I secolo d.C., noto per essere stato titolare della prima cattedra statale della storia romana. Quintiliano, avvocato e successivamente insegnante di retorica per oltre vent’anni, aveva molto a cuore la sua professione, tanto da dedicarvi un’opera, l’institutio oratoria, in cui si concentra sulla formazione del perfetto oratore, figura che a noi sembra settoriale ma che in realtà vigeva onnipresente a Roma antica, in cui l’arte di parlare era essenziale molto più di quanto sembri.

Il mestiere dell’insegnante non è un mestiere, né un’onesta professione, seguendo l’ironico verso di Venditti. Si tratta, il più delle volte di una missione, o comunque un ruolo in cui i doveri sono nettamente superiori ai diritti. Per questo i veri mali che colpiscono i professori sono due, opposti ma egualmente disastrosi: il culto della propria personalità e l’annullamento di essa. Imporre se stessi come unico metro di giudizio e il proprio credo come unico valore significa trasfigurarsi in santoni, a cui solitamente in pochi credono. Nessuno seguirà qualcosa che vede come lontana: in ogni religione, è la divinità ad avvicinarsi all’uomo, e così l’insegnante, lungi dall’essere un dio, dovrà venire incontro allo studente, e saper parlare lui in una lingua che possa comprendere, se per lingua vengono intese forme e atteggiamento. Pessimo, altrettanto, è però l’annullarsi in quanto figura responsabile dell’educazione: la dignità di maestro, di magister non deve mai venire meno, o i casi come quello del “si inginocchi” raddoppieranno, triplicheranno e andranno a minare non tanto il timore del potere quanto la capacità di avere rispetto.

Quintiliano è molto attento a questa tematica: nell’introduzione all’instititutio oratoria lo si vede molto critico nei confronti dei maestri di retorica a lui precedenti: li accusa infatti di parlare (e scrivere) «come se stessero rifinendo le nozioni di eloquenza a destinatari già perfettamente eruditi in ogni altra branca del sapere, disprezzando gli studi propedeutici ritenendoli poco importanti […] molto verosimilmente non vi trovavano alcun motivo di prestigio nel trattarli». La sua institutio è esattamente questo: lo si vede infatti nei dodici capitoli che compongono l’opera partire dal basso, addirittura dalla nascita, e procedere sempre per gradi, mostrando all’allievo come mettere un mattone sopra un altro. Nell’introduzione, una splendida dichiarazione d’intenti dell’autore, Quintiliano si sofferma molto su questo punto: «non rifiuterò – dice – di scendere nelle questioni di minor rilievo, in mancanza delle quali infatti non vi può essere sapere superiore». Questo deve dare l’insegnante, secondo Quintilinano: seminare un terreno che dovrà crescere. Da esperto di settore qual era non nasconde affatto la realtà dei fatti, ovvero che alcuni terreni siano più fertili di altri, ma aggiunge che «ognuno ha risorse congenite, nelle quali, anche se solo in parte dotato, può migliorare con costante e metodica applicazione».

Ultimo ma non meno importante dettaglio, l’insegnante, come sopra ribadito, deve imporsi quel che è necessario per meritare rispetto. Rispetto che secondo Quintiliano risiede da un lato nella moralità, dall’altro nella superiore competenza di settore: «Un maestro – continua – deve avere saldi principi etici e morali […] esigo dall’oratore che intendo formare, oltre a straordinaria eloquenza, anche grandi competenze tecniche, linguistiche e letterarie».

Per concludere questo breve e di sicuro insoddisfacente collegamento fra colui che ha dato un tono superiore alla figura dell’insegnante e la deprecabile situazione attuale, questa introduzione, questa ferma dichiarazione di intenti dovrebbe essere una lettura obbligatoria per tutti coloro che desiderano insegnare: al di là degli eccellenti suggerimenti contenuti dell’opera, è nell’introduzione che noi ritroviamo il succo di come l’insegnante debba relazionarsi al suo ruolo, pronto a venire incontro ma coscio della propria funzione e che dunque deve sapere quando punire nel modo corretto se colpito.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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