“Joan Miró: materialità e metamorfosi”: il giardiniere dell’arte a Padova

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Al primo cenno di arrivo del tepore primaverile, Padova si risveglia dal letargo: i portici si tingono di colori pastello, la gente anima nuovamente le strade, riscoprendo il piacere di uscire senza essere travolti da ventate gelide e infine si respira un’aria di elettrica novità, ma quest’anno, in particolare, la primavera porta in città un clima di cambiamento con Joan Miró. Si dice che una rondine non faccia primavera: piuttosto in questo caso è l’allestimento di una mostra così importante a sancire l’inizio della stagione della rinascita. Joan Miró: materialità e metamorfosi a Palazzo Zabarella è una mostra unica nel suo genere: riunisce un totale di 85 opere appartenenti allo Stato portoghese in un’ottica di analisi del significato di materialità. Le otto stanze che la compongono si destreggiano tra la dialettica che si muove attorno al paradosso tra segno tangibile e significato intrinseco dell’arte, che rispecchia anche il modo in cui lo stesso Miró concepiva l’universo artistico.

Una delle stanze della mostra “Joan Miró: materialità e metamorfosi”

Joan Miró (Barcellona, 20 aprile 1893 – Palma di Maiorca, 25 dicembre 1983) non smise di sperimentare tecniche innovative anche oltre i novanta anni d’età. È interessante notare il fatto che egli abbia utilizzato una miriade di materiali come supporto alle proprie figure: alla base c’è una incessante ricerca di rinnovamento allo scopo di trasformarsi continuamente. Nella mostra è possibile vedere alcuni Sobreteixism (che sono degli arazzi molto particolari), carta giapponese, tela bruciata, dipinti su masonite. La materia, cioè i vari supporti, viene destituita del suo valore esteriore. La materia, al contrario, è manifesto del significato interiore dell’opera nella sua interezza: Tela Bruciata, opera di forte impatto visivo fruibile all’interno della mostra, non è un oggetto rovinato dal fuoco, ma raffigura il simbolo di un rinnovamento estetico dell Arte, con lo scopo di «uccidere l’arte da cavalletto», come direbbe lo stesso pittore. Egli iniziò a dare fuoco ad alcune sue tele per purificare l’arte da rigidi canoni:

Il solo modo di rinnovarsi è di svecchiare, di dare un’energia pulita.

Joan Mirò nel suo studio a Montroig

Nel corso di tutta la sua carriera, Miró considerò l’oggetto fisico in grado di scardinare i principi su cui si basava l’arte fino agli inizi del ‘900. Attraverso uno sguardo disilluso verso il mondo attorno a sé, egli vuole convogliare il significato (cioè la potenzialità intrinseca della materia) piuttosto che esperire solamente i segni (rappresentazioni convenzionali che sono state create ad hoc da artisti del passato) della materialità. L’anti-pittore per eccellenza compara il suo lavoro a quello di un giardiniere, il quale coltiva le sue opere, facendole maturare piano piano. In questo modo, ciò che era materia prima poi può scomparire per effetto della futilità, o meglio maturazione, delle sue opere.

Ed è in quest’ottica di trasformazione che si inserisce il tema della metamorfosi, grande protagonista della mostra padovana. Le opere esposte coinvolgono in tutto 6 decadi, quindi viene evidenziato il legame tra le opere anche in un ottica cronologica e attenta ai cambiamenti sociali che hanno influenzato l’opera del maestro catalano. Nella metamorfosi della carriera artistica di Miró si converte l’oggetto in forma, il segno in significato. La metamorfosi trova la sua legittimazione nella logica del pittore-giardiniere: è lui stesso ad ammettere che c’è bisogno di «fecondare la propria immaginazione» per apprezzare al meglio un’opera d’arte. È nella continua interpretazione che avviene il mutamento, la metamorfosi.

Dettaglio della rappresentazione visiva del canto degli uccelli

La tela Rappresentazione visiva del canto degli uccelli elogia il significato piuttosto che il segno: il canto degli uccelli è rappresentato con onde nere che tagliano il cielo con il loro suono. I dipinti in masonite invece rispecchiano l’avvenuta della Guerra civile Spagnola: i nuovi protagonisti di Miró svelano la fragilità di una società intera: hanno i colli così allungati che sembrano impossibilitati a resistere ulteriormente.

Fino al 22 luglio sarà possibile vedere i frutti del suo giardino. L’iter della mostra Joan Miró: materialità e metamorfosi può essere trovato un po’ confusionario, in quanto le opere non sono posizionate in ordine cronologico ma in termini di metamorfosi continua della materialità; ad ogni modo, poter ammirare nello stesso momento 85 opere di Joan Miró, con varietà di materiali diverse e tecniche di grande professionalità e classe, è una esperienza irripetibile.  

Jacques Prévert avrebbe descritto così Miró:

Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni.

In una Padova primaverile, da un giardino fecondo, ci sono arrivati i sogni di Miró. E ora dobbiamo solo cogliere i frutti.

Joan Miró: materialità e metamorfosi
A cura di Robert Lubar Messeri
Palazzo Zabarella, Padova
Dal 10 marzo al 22 luglio 2018

Elisa Tiboni per MIfacciodiCultura

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