24 aprile 1915: il genocidio degli Armeni ci ricorda l’importanza dell’integrazione contro la discriminazione

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Chi ha letto il libro La masseria delle allodole di Antonia Arslan non può non conoscere le tragiche vicende del genocidio degli Armeni perpetuato dai Turchi all’inizio del secolo, ma per molti altri questa è una pagina di storia di cui si conosce ancora troppo poco.

«Ov sirun sirun» comincia a cantare, ergendosi fiera… Un vento di follia percorre il campo. Le altre donne cominciano tutte a gridare… Gli zaptiè, colti di sorpresa, si precipitano su Azniv, illuminano solo lei, che continua a cantare finché un colpo di sciabola le tronca la testa. Addio, dolce Azniv; addio colomba d’Armenia.

24 aprile 1915 – 24 aprile 2017: il genocidio degli armeni ci ricorda l’importanza dell’integrazione contro la discriminazione

Il Medz yeghern (il “grande crimine”, come lo definiscono gli armeni stessi) ha inizio la notte del 24 aprile 1915, a Costantinopoli, con i primi arresti di intellettuali, giornalisti, poeti, scrittori armeni, per estendersi velocemente e sistematicamente nelle zone più orientali.

Il piano della deportazione e dello sterminio di massa nasceva in seno all’impero Ottomano in seguito alle decisive sconfitte subite per mano dell’esercito russo e dei suoi battaglioni vincenti, all’interno dei quali militavano numerosi soldati armeni come volontari. Gli armeni catturati venivano portati fino alla regione dell’attuale Siria, costretti ad affrontare lunghe ed estenuanti marce che portavano alla morte per fame, malattia, sfinimento. Senza contare chi veniva ucciso dai Turchi durante il percorso.

Oltre alle ragioni storiche di vendetta, l’obiettivo principale dei Giovani Turchi, l’organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo promotrice del massacro, era quello di dare vita ad un unico, grande Stato Nazionale Turco, popolato da soli Turchi musulmani. Ovviamente, le popolazioni cristiane costituivano il più grande ostacolo all’attuazione dell’ambizioso piano, ed è per questo che era maturata l’idea di eliminare ogni altro gruppo etnico del paese, in primis proprio quello armeno, che era stato il primo popolo a dichiarare il Cristianesimo come religione del proprio paese. La strategia ottomana si sviluppava in tre fasi consecutive: inizialmente, i maschi adulti venivano costretti a prestare servizio militare; passando, poi, per la fase dei massacri sulla popolazione civile, si giungeva al momento finale, quando i superstiti venivano costretti ad una marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono spogliati di tutti i loro averi, perdendo, in molti casi, anche la vita.

24 aprile 1915 – 24 aprile 2017: il genocidio degli armeni ci ricorda l’importanza dell’integrazione contro la discriminazione

Deportazioni di massa, uccisioni violente, torture, conversioni forzate e, non ultimo, la rapina dei beni e delle terre degli armeni, sono le caratteristiche principali di quello che può essere definito, senza ombra di dubbio, il prototipo dei genocidi del XX secolo, primo episodio di tentativo di sistematica eliminazione di un intero popolo. Nonostante le fonti e le testimonianze, la Turchia non ha mai accettato il termine “genocidio”, preferendo rileggere la questione in termini di azione di risposta alle insurrezioni degli armeni e di protezione dei propri confini, arrivando persino a contestare il numero di morti: mentre le fonti turche stimano una cifra di 200milavittime, quelle armene arrivano fino a 2,5 milioni. Gli storici stimano che la cifra varia tra i 500mila e 2 milioni di morti, ma il bilancio di 1,2 milioni è il più diffuso. Nel mondo sono poco più di una ventina i popoli che riconoscono storicamente ed ufficialmente il genocidio, tra questi l’Italia, al contrario di Stati Uniti e Israele (temono forse una ripercussione nei propri rapporti con l’odierna Turchia?).

Di fronte ai recenti “bollettini di guerra” provenienti da Turchia e Siria, non può non nascere la spontanea riflessione: l’uomo è uno dei pochi esseri viventi incapace di imparare dai propri errori. Al contrario, in questo caso sembra proprio non riconoscerli affatto. Ma, indagando a fondo le origini e le motivazioni storicamente poste alla base delle stragi del XX secolo, prendendo, così, in considerazione anche lo sterminio degli ebrei effettuato durante la Seconda Guerra Mondiale, si trova un comune denominatore: il nazionalismo politico. Così come Hitler voleva creare uno stato tedesco unico e forte, popolato da soli uomini ariani, allo stesso modo i Giovani Turchi si proponevano di dare vita ad una nazione turca dove ogni traccia di diversità fosse cancellata. Secondo la definizione letterale di “Stato nazionale“, infatti, esso è costituito da un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze.

24 aprile 1915 – 24 aprile 2017: il genocidio degli armeni ci ricorda l’importanza dell’integrazione contro la discriminazione

In tutti questi casi, l’uomo ha partorito idee di violenza, repressione, morte e, in tutti questi casi, è stato spinto dalla paura del diverso, dall’idea che la forza di una nazione derivi non tanto dalla coesione sociale, quanto più dall’omologazione dei suoi cittadini.

In tutti questi casi, l’uomo ha fallito.

Ogniqualvolta dalla politica arrivano propagande di odio, razzismo, violenza e oppressione sotto forma di nazionalismo, è lì che bisogna prestare maggiore attenzione. L’unità e la forza di uno stato non possono poggiarsi sulla paura che serpeggia tra i suoi abitanti. Così come gli armeni e gli ebrei erano considerati diversi per la loro religione e razza, e di conseguenza un elemento di debolezza all’interno dello stato, così oggi gli stranieri sono il nuovo nemico, diverso da noi per il colore della pelle, per il dio che prega o per la lingua con cui si esprime.

Eppure la storia avrebbe dovuto insegnarci che solo l’integrazione è la chiave per la sopravvivenza dello stato e che qualunque politica si basi sulla discriminazione e sulla separazione, avrà come conseguenza quella di creare una frattura che indebolisce lo stato, anziché rafforzarlo. Il genocidio degli Armeni risale al 1915 e poche decine di anni lo separano dal genocidio degli ebrei, altre decine di anni sono trascorse, eppure ancora siamo lontani dall’idea di integrazione e sviluppo sociale che sarebbe necessario ai fini dello sviluppo dello stato.

Veronica Morgagni per MIfacciodiCultura

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