Lezioni d’Arte – America primo amore, Depero a New York

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Depero e Rosetta a New York

È l’autunno del 1928 quando sul transatlantico Augustus si imbarca il pittore futurista Fortunato Depero (Fondo, 1892 – Rovereto, 1960) insieme a sua moglie Rosetta per l’America, in realtà in piena crisi economica, entusiasta come un bambino durante il suo primo viaggio. Già il nome di quella nave gli deve esser sembrato un presagio del suo mitologico viaggio alla volta dell’esplorazione del continente americano. Nel Novecento come novelli Cristoforo Colombo molti artisti italiani ri-scoprono l’America per sfuggire dalla morsa fascista, attratti da quella terra che considerano emblema di modernità e progresso.

La chiamano la “città d’acciaio” stupefatti dalle nuove costruzioni architettoniche, quei grattacieli che si innalzano davanti ai loro occhi appena approdati nella baia di New York, una vera e propria città futurista in cui gli artisti del novecento italiano vogliono trasferirsi per ottenere il successo. Depero al suo arrivo è elettrizzato come racconta nelle sue lettere e cartoline: «traversata stupefacente, Rosetta ha sofferto, io ingrassato. W W W l’America futurista».

Fortunato Depero, The New Babel,1930

Inizia così il suo sogno americano, carico di speranza e aspettative, convinto di poter alimentare il futurismo dal contatto con questo nuovo mondo. New York è immaginata come una serie di ingranaggi in cui tubi, scale, grattacieli che esplodono in ogni direzione, fanno parte di questa complessa macchina moderna. La luce e i colori sono notturni, rendono meglio l’idea della città che non dorme mai ma è in continuo progresso. Dalla vista dei sotterranei, dei tunnel, nasce la città verticale, che si alza sulla strada e tende all’infinito, arriva al cielo. L’immagine è di una città vitale, caotica e rumorosa, lo stesso rumore di una fabbrica. Il movimento è nella linea: tunnel tondeggianti in contrasto con la diagonale formata dagli edifici e dal cerchio perfetto degli ingranaggi.

E poi la scritta, di Depero pubblicista, Roxy Tea che indica il Roxy Theatre di New York per cui l’artista ha creato costumi e scenografie. Niente a che vedere con la Roma della città meccanizzata dalle ombre (1920) in cui l’ampio respiro che ci proviene dallo spazio aperto, metafisico di una città deserta abitata solo dal passato, fatto di storie e tradizioni antiche, mostra la differenza dei due continenti. New York diventa la Nuova Babele per Fortunato Depero: fatta di luci, di danza, di incontri, di movimento.

Fortunato Depero, Città meccanizzata dalle ombre,1920

Tutta questa vitalità elettrizza gli artisti, è sinonimo di libertà d’espressione al contrario della terra che hanno dovuto abbandonare in cui stavano per essere emanate le leggi razziali. Il sogno però si infranse presto, in soli due anni di intenso soggiorno americano. La città era in piena crisi economica, con la grande depressione del ’29, e questo non fu un contesto favorevole alla vendita delle opere di Depero nonostante le mostre alla Guarino gallery. L’unica fortuna dipenderà dalle copertine pubblicitarie per Vanity Fair e Vogue e al restyling di alcuni ristoranti e negozi. Per vivere si trova a lavorare ciecamente in mille diversi campi, come racconterà lui stesso in una lettera, addirittura anche come cuoco. Adesso New York gli appare una sfida difficile:

Una baraonda di folle in cui tutte le razze ballano un brutale ballo della vita. Tram – automobili a milioni – treni sottoterra e aerei. Si balla, ci si spintona, ci si calpesta le scarpe e ci si sputa il fumo in faccia. Occorrono nervi d’acciaio.

 Questa è l’avventura americana.

 Alejandra Schettino per MifacciodiCultura  

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