I Grandi Classici – “Il Male Oscuro”, o dell’espiare la colpa di vivere, secondo Giuseppe Berto

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Leggiamo, su un autorevole quotidiano, che il titolo del libro di Giuseppe Berto, Il Male Oscuro, è diventato sinonimo di nevrosi. La cosa ci inquieta un po’, ma poco più avanti, nello stesso “pezzo”, scopriamo che Berto, quando scriveva, “picchiava sulla tastiera”. Tant’è: siamo convinti che più che su una tastiera Berto picchiasse sui tasti della sua macchina da scrivere e, parimenti, che il male oscuro sia oggi, per riduzione magari, sinonimo metaforizzato della depressione.

Vincitore di Campiello e Viareggio, il successo de “Il Male Oscuro”

La quale, va detto, forse non è esattamente il problema che attanaglia il protagonista del romanzo, che poi è Giuseppe Berto stesso, dato che per sua stessa ammissione si tratta di una quasi-autobiografia: di nevrosi si parla giustamente, per questo romanzo che potremmo definire in forma di diario, non fosse che lo stile esula grandemente dalla forma delle memorie classiche, per aderire al filone stilistico del flusso di coscienza. Critica vuole che questa tecnica, che si fa risalire a Joyce e che abitualmente trova il punto di riferimento italiano in Italo Svevo e La coscienza di Zeno, sia adoperata da Berto in modo assolutamente originale. In realtà, quella di Berto è sostanzialmente una originalità per sottrazione, dato che rispetto a Svevo manca ne Il Male Oscuro la presenza in prima persona del medico, naturalmente presente ma “riferito”, raccontato dal protagonista, nevrotico ma anche narcisista (patologico,

ovviamente).

Dovessimo proprio fare un paragone, dovremmo dunque sottolineare che Il Male Oscuro ha una struttura narrativa più elementare rispetto al romanzo di Svevo: ma questo, singolarmente, non depone a sfavore di Berto. Poiché in linea di massima il romanzo di tema psicanalitico, anche in illustri esempi come Follia di McGrath, racconta la storia di una nevrosi, mentre Giuseppe Berto la dipana effettivamente sotto i nostri occhi. Nel 1958, lo psicanalista freudiano Nicola Perrotti, luminare fondatore della Società Psicoanalitica Italiana prende in cura Giuseppe Berto, sofferente di una nevrosi che si va acutizzando con la comparsa di tutta una serie di sintomatologie prevalentemente di natura fobica (ma non solo) che gli rendono impossibile l’esistenza.

L’edizione Neri Pozza del romanzo

Racconta la moglie che Berto scriveva con due dita; e che mentre scriveva, vedeva dipanare i nodi della sua malattia: uno scrivere che è terapia, quindi, e non una terapia olistica per desperate housewives, ma un attacco mirato, suggerito da Perrotti stesso. Berto ha già alle spalle tre romanzi, di non eccelsa fortuna, e tende a riprendere in mano vecchi progetti. Perrotti lo spenge ad intraprendere una scrittura del tutto nuova, ed il risultato, in estrema sintesi, è appunto Il Male Oscuro. Tra attacchi di panico e ipocondrie, Berto porta alla luce soprattutto il rapporto conflittuale col padre, ed effettua nello stesso tempo una sorta di transfert con Perrotti.

Di Berto c’è molto da dire: letterariamente, è di estremo interesse il legame con Hemingway, che peraltro nel 1954 lo inserì in un elenco ideale dei migliori scrittori italiani, assieme a Pavese e Vittorini; e per contro, altrettanto interessante rapporto estremamente conflittuale con l’upper-class letteraria italiana, sinistrorsa, incarnata da Moravia, col quale c’è un rapporto di amore-odio ma senza l’amore, soprattutto dopo un acido necrologio di Moravia susseguente al suicidio di Hemingway.

La locandina del film tratto dal romanzo

Quello che è imprescindibile, e che rende in certa misura pleonastico parlare della biografica dello scrittore, è osservare il processo di liberazione dal padre. Un padre che lo aveva fatto crescere nel senso di colpa; senso di colpa che, in maniera quasi tautologica, deriva dal non essere all’altezza delle aspettative del padre. Aspettative vere o surrettizie? Una quantità abnorme delle nevrosi, della psicopatologia della vita quotidiana, derivano dal senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative genitoriali: ma soprattutto, dalla non comprensione del fatto che tali aspettative, comunque ingiuste ed assurde, sono un compito impossibile da espletare, poiché la finalità non sono le aspettative stesse ed il loro soddisfacimento, ma esattamente il loro non soddisfacimento, e la conseguente possibilità genitoriale, secondo una prospettiva strumentale e distorta, di annientare il figlio.

Mammina cara docet: alle volte non soddisfiamo le aspettative, altre non sappiamo nemmeno come e perché non le abbiamo soddisfatte. Altre ancora, siamo stati messi al mondo proprio per non soddisfarle: ed ecco che l’Espiazione di cui parla Ian McEwan diventa leggera come un gioca da giardino d’infanzia. Il tutto, con una narrazione difficile, perché il flusso di coscienza viene interpretato, giustamente, con periodi lunghi, contorti, irti di fughe e ritorni ma scarsi di punteggiatura – giusto qualche virgola e qualche punto fermo qua e là.

Giancarlo Giannini nel film diretto da Monicelli

Grosso successo editoriale in prima battuta, con dieci edizioni consumate molto rapidamente e l’apprezzamento dell’altra metà del cielo letterario dell’epoca (tanto da vincere, alla sua uscita nel 1964, sia il Premio Viareggio che il Campello), portato sul grande schermo nel 1990 in un ottimo film di Mario Monicelli con Giancarlo Giannini, una manciata di mesi or sono Il Male Oscuro ha visto una nuova edizione, curata da Neri Pozza, che contiene un’interessante saggio breve sullo stile psicanalitico di Berto, un’Appendice di Berto stesso e una postfazione di Carlo Emilio Gadda. Opportuna e logica, quest’ultima, poiché il titolo stesso, così importante, prende spunto proprio da Gadda, altro illustre nevrotico, nella fattispecie dalla Cognizione del dolore (che viene citato in esergo).

Possibilmente, Il Male Oscuro va affrontato a pacchetto all inclusive: romanzo, postfazione, film, saggio, non necessariamente in quest’ordine (ma sempre con l’opera al primo posto); poiché si tratta di opera importante e complessa, che va vista nelle sue sfaccettature e contraddizioni – che illuminano anche sul potere della letteratura, ché Berto il grande nevrotico scrisse «Sono abbastanza sicuro di me stesso mentre scrivo», e anche questo è illuminante sulla natura profonda di uno dei grandi mali della nostra società contemporanea. La quale, però, e dobbiamo prima o poi affrontarlo, non fa altro che portare alla luce la natura archetipica del Male Oscuro, che porta ad una colpa da espiare senza fine: lo aveva detto in maniera assai più sintetica Eugenio Montale (e per stavolta non disturbiamo Conrad e Golding), col suo male di vivere negli Ossi di seppia del 1924.

Il Male Oscuro è la vita.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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