La Basilica di San Pietro: dalla Roma imperiale a Bernini

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San Pietro
Vista su Piazza San Pietro

Venti pontefici, 120 anni di cantiere, decine e decine di artisti all’opera, tonnellate di marmo tagliate e scolpite, 20mila metri quadrati di ampiezza, un ettaro di mosaici, oltre tre ettari di stucchi, migliaia di braccia e di menti al lavoro. Un cantiere immenso ed apparentemente “eterno” per l’epoca in cui fu messo in piedi: stiamo parlando della costruzione del tempio più imponente e più importante della Cristianità: la Basilica di San Pietro. Era il 18 novembre di 392 anni fa, A.D. 1626, quando un entusiasta Papa Urbano VIII donò alla Città Eterna la sua “nuova” Basilica. Una ventina di conclavi prima, il 18 aprile del 1506, era stato un suo illustre “collega”, Papa Giulio II della Rovere, ad inaugurare la ricostruzione della stessa Basilica. Ebbene sì, qualche malizioso lettore potrebbe cogliere nella lungaggine dei lavori pontifici più di un riferimento all’attualità repubblicana, ma non lasciamoci distrarre da questi paragoni di spirito. La ricostruzione, si diceva: sì, perché la Basilica che domina tutt’oggi la piazza del Bernini – con la sua armonica ed imponente facciata, la sua ampia e solenne scalinata e il suo immane “Cupolone” – ha soppiantato un edificio ben più antico: la basilica costantiniana. Voluta appunto da Costantino, primo imperatore a legittimare la religione cristiana, l’antica basilica – simile per certi versi alla basilica di San Paolo fuori le mura – sorse fra il 310 e il 322 d.C. nel luogo in cui si riteneva fosse stato sepolto l’apostolo Pietro.

Il magnifico Baldacchino del Bernini

Ma veniamo a quel 18 aprile del 1506, giorno nel quale fu posata la prima pietra del nuovo tempio cristiano. Il Papa affidò fin da subito il cantiere a Donato Bramante (1444-1514), il quale entrò in polemica con l’allora architetto di fiducia del Pontefice, Giuliano di Sangallo, riguardo alla scelta fra una pianta greca e una pianta latina. Il progetto iniziale concepito dal Bramante, aspramente criticato per aver demolito parte della vecchia basilica (“maestro delle rovine” fu soprannominato dai suoi detrattori), prevedeva un edificio con pianta a croce greca, quattro cappelle per ogni braccio, e un’enorme cupola emisferica ispirata a quella del Pantheon e per certi versi simile a quella michelangiolesca di oggi.

Tra il 1513 e il 1514, la nuova basilica sta finalmente mettendo le prime “radici”, quando entrambi i suoi illustri artefici – Giulio II e Bramante – muoiono a distanza di una manciata di mesi l’uno dall’altro. La morte di Giulio II sembra smentire il celebre detto popolare “morto un Papa se ne fa un altro”: i lavori, infatti, cominciano a rallentare; al posto di Bramante vengono incaricati dell’ambizioso progetto due degli artisti più ricercati del momento: Raffaello e Giuliano da Sangallo. Gli anni, tuttavia, scorrono inesorabili insieme ai dissidi fra i vari architetti, rallentando ulteriormente i lavori. Così, dal 1520, anno della morte di Raffaello, iniziano ad avvicendarsi un architetto dopo l’altro, da Antonio da Sangallo (nipote di Giuliano) a Baldassarre Peruzzi: forse per l’imponenza del progetto, forse per la grandezza degli artisti coinvolti in precedenza, per anni si fatica a concepire l’assetto definitivo da assegnare alla Basilica, finché non interviene qualcuno di insostituibile ed indispensabile: Michelangelo.

Dal 1546, quando il Buonarroti subentrò nei lavori, il progetto tornò almeno in parte all’idea originaria del Bramante, soprattutto per quanto riguardava la cupola e la pianta centrale. Alcuni detrattori sostenevano maliziosamente che Michelangelo spendesse più in demolizioni che in costruzioni; tuttavia, l’artista era ben consapevole che molte delle critiche che gli venivano rivolte provenivano da quegli stessi che avrebbero soltanto voluto essere al suo posto, ragion per cui proseguì per la sua strada e, anzi, prese alcune geniali cautele per il futuro: per evitare che dopo la sua morte il progetto venisse stravolto da un ennesimo architetto, Michelangelo inaugurò molteplici cantieri in diversi punti della Basilica, così da obbligare il suo successore a proseguire i suoi progetti.

Nel nuovo assetto concepito dal Buonarroti, il punto focale della Basilica era una grande cupola ispirata a quella della cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore; cupola che, tuttavia, il suo creatore, non riuscì a vedere ultimata: alla morte di Michelangelo (1564), infatti, i ponteggi non erano arrivati che all’altezza del tamburo. Come previsto, altri nomi si succedettero alla guida del cantiere di San Pietro, tra i quali spicca senza dubbio alcuno quello di Giacomo Della Porta, il quale ultimò la costruzione della cupola michelangiolesca, prodigio architettonico che raggiunge la mirabile altezza di un attuale palazzo di dieci piani e un peso stimato intorno alle 14mila tonnellate.
Alla morte del Della Porta (1602), Papa Clemente VIII affidò la direzione del cantiere a Carlo Maderno, il quale accettò il gravoso e solenne incarico di completare la basilica una volta per tutte, aggiungendo al corpo della basilica la facciata che tuttora si affaccia sulla piazza antistante, opera di Gian Lorenzo Bernini fra il 1660 e il 1667. Numerose le opere del Bernini anche all’interno della Basilica stessa, dalla statua di San Longino alla Cattedra di San Pietro, dal sepolcro di Urbano VIII al celeberrimo Baldacchino di San Pietro. Oltre al Baldacchino berniniano, la Basilica custodisce inarrivabili meraviglie quali, naturalmente, la Pietà dell’allora 24enne Michelangelo, in merito alla quale Giorgio Vasari ebbe a scrivere: «certo è un miracolo che un sasso, da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione, che la natura a fatica suol formar nella carne»; nessun visitatore, inoltre, dimenticherà le grandi porte di bronzo collocate nell’atrio: la Porta della Morte, la porta del Filarete e la Porta Santa.

Sculture, pitture, mosaici, sepolcri. La Basilica di San Pietro è per la storia ciò che sono i fossili per la paleontologia: un grande libro che, pagina su pagina, strato su strato, racconta un sovrapporsi di epoche, di culture, di stili, di uomini. Dinanzi a tale indicibile meraviglia, soltanto ad un poeta di Roma qual era Giuseppe Gioachino Belli è consentito proferire parola:

Chi ppopolo po’ èsse, e cchi sovrano,

che cciàbbi a ccasa sua ‘na cuppoletta

com’er nostro San Pietr’in Vaticano?

C’è st’illuminazzione bbenedetta,

che tt’intontissce e tte fa pperde er fiato?

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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