“The Happy Prince”: la bellezza decadente di Oscar Wilde

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Nessuno come Oscar Wilde visse così costantemente alla ricerca della bellezza. Questa tensione continua verso la bellezza lo porterà dai più raffinati salotti inglesi allo sprofondare in una poetica decadenza. Di questo parla il film The Happy Prince uscito nelle sale il 12 aprile e diretto, scritto ed interpretato dall’icona del cinema Rupert Everett. L’attore da sempre ha mostrato una forte attrazione ed interesse verso la figura dello scrittore irlandese, sin da piccolo, quando la madre gli leggeva i racconti pubblicati nel libro Il Principe Felice, da cui prende il titolo il film. Everett si avvicinò ulteriormente alle opere di Wilde impersonificando personaggi di rilievo nelle commedie trasportate al cinema come un Marito ideale e L’iportanza di chiamarsi Ernesto.
Dal clima sfarzoso pieno di aforismi irriverenti di questi film, l’attore è passato alla direzione e narrazione del lato più intimo di Wilde e delle ombre celate nella sua vita. In ogni situazione ed inquadratura si percepisce tutto l’amore che il regista nutre verso la figura di Wilde.

Il film narra la vita dello scrittore mediante ricordi e flashback continui, mantenendo come fil rouge il tema dell’ipocrisia inglese e la favola del Principe Felice, narrata dall’inizio fino alla conclusione. Everett usa l’espediente della fiaba per esprimere al meglio Oscar Wilde.

L’esteta viene presentato allo spettatore a letto in una modesta pensione di Parigi mentre sta trascorrendo i suoi ultimi giorni. Sfacciato sino agli ultimi attimi della sua vita, celebre è la sua frase detta fissando la tappezzeria dell’albergo: «o se ne va quella carta da parti o me ne vado io». In questa fase triste e finale della sua vita, i ricordi diventano una sorta di mezzo per trasportarlo e trasportarci in altri tempi e luoghi, raccontati con la vena malinconica di un uomo che fu uno dei più grandi intellettuali dell’epoca vittoriana e che ora sta morendo dopo aver scontato due anni di galera e soprattutto, molti anni di umiliazione pubblica. L’emozione migliore per descrivere il suo stato d’animo alla fine della sua esistenza è quella tipica dei portoghesi: la Saudade ovvero una specie di ricordo nostalgico, affettivo, di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo.

Wilde e Bosie a Napoli

Dai colori pastello dei paesaggi squisitamente fotografati da Rupert Everett, alle ombre oscure damascate della carta da parati della camera, dalle situazioni goliardiche nelle atmosfere tipiche dei dipinti di Renoir e Monet, fino all’oscurità notturna dei boulevard parigini, The Happy Prince si sofferma sui ricordi e sugli istanti, sulla bellezza, sull’amore e sulla distruzione. In questa continua carrellata di immagini riviviamo la storia passionale e logorante con il Lord Alfred Douglas detto Bosie, interpretato da Colin Morgan. Oscar Wilde visse un amore folle per il biondo Lord, dedicandogli oltre che diverse poesie anche il libro De profundis, di una bellezza struggente. Il rapporto è solo accennato, ma il regista riesce a descrivere come Bosie fu il vero motivo di distruzione di Wilde.

Incontriamo anche la figura femminile più importante della vita dello scrittore, sua moglie Constance. Figura di rilievo nella pellicola e fondamentale nella vita del genio irlandese, che visse infatti un enorme senso di colpa per aver coinvolto sua moglie ed i suoi figli nello scandalo legato alla sua omosessualità. Per questo reato fu condannato a due anni di lavoro forzato, una condanna gravissima per una persona oziosa e dal suo stile di vita.

Non solo figure di abbandono accompagnano Wilde in questo viaggio: il film ci mostra anche le uniche due figure che gli vollero veramente bene senza desiderare nulla in cambio, ovvero Robert Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Il film riesce ad esaltare molto bene questi rapporti veri ed autentici mettendoli in contrasto con l’opportunismo di Lord Alfred Douglas.
The Happy Prince ci fa anche viaggiare per l’Europa raccontandoci le fughe dello scrittore tra le quali l’ultima tappa a Napoli, dove soggiornò dal settembre del 1897 al febbraio del 1898, prima di rifugiarsi nella capitale francese e morire lì il 30 novembre 1900.

In seguito alla visione del film, vogliamo consigliarlo a chi ama passionatamente Wilde, a chi pensa di vedere semplicemente la figura del dandy che vive nella gloria e nel lusso, poiché verrà deluso dalla claustrofobia delle situazioni raccontate.

La figura di Wilde non è espressa come il Dorian Gray del romanzo e della sua prima giovinezza, ma come il principe felice della fiaba che si spoglia di ogni suo avere soffrendoThe Happy Prince è in sintesi un ritratto crudo e lento del lato intimo di Oscar Wilde, un ritratto decadente ed affascinante di un genio che visse per la bellezza, il cui genio nel plasmare la forma delle parole era eguale solo alla sua capacità di autodistruggersi.

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

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