“Io c’è”: una commedia all’italiana sul fallimento e sulla religione

0 184

È nelle sale Io c’è, film con la regia di Alessandro Aronadio e con Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston e Giulia Michelin.

Io c’è si configura sin dall’inizio come la classica commedia italiana degli ultimi dieci anni: la risata che si tinge di serietà e di denuncia senza riuscire a slegarsi completamente dagli stereotipi, squadre di attori talentuosi che si ripetono e rischiano col tempo di ritrovarsi incastrati in maschere fisse, situazioni più o meno credibili. Fortunatamente, l’aria di “già visto” si dissolve lentamente e lascia spazio a una riflessione per nulla scontata e a delle sorprese per lo spettatore, ma partiamo dall’inizio.

Massimo Alberti (Edoardo Leo) è un italiano come tanti, che ci ha creduto a lungo in un sogno ma poi ha dovuto fare i conti con la crisi economica: è, insomma, un personaggio che abbiamo già visto nel cinema nostrano e che si tinge di caratteristiche tipiche di tutti i figli di quest’epoca triste, il simbolo di un fallimento che unisce tanti giovani adulti. L’elemento nuovo in Io c’è esiste ed è la crisi economica che passa e si traduce nella crisi religiosa e spirituale. Non una crisi riflessiva e dolorosa, ma una rottura che si esplica in toni comici (ma non troppo): Massimo ritrova la spinta grazie a un gruppo di suore che lo aiuta a trovare la soluzione ai suoi problemi, ossia affittare le stanze del convento (un bed&breakfast alternativo) a fronte di un’offerta volontaria. Il tutto senza rischiare l’intervento del fisco, che non può rivalersi perché il convento rientra nella definizione di “luoghi di culto”. Ma Massimo non si ferma qui, perché il protagonista dà vita al proprio paradiso tax free inventandosi una religione tutta sua, lo Ionismo.

È proprio in questa situazione paradossale che il film smette di essere una commedia, perché quella del protagonista non è un culto della personalità, né egli si limita ad essere un santone un po’ stravagante, ma la nuova religione di Massimo è un mettersi allo specchio, assumersi le proprie responsabilità, riconoscere i propri limiti. Con questa nuova filosofia Aronadio offre allo spettatore una satira cinica ma non distruttiva, che non vuole solo distruggere ma è anche carica di sentimenti capaci di ricostruire. Io c’è prende di mira non solo alcune categorie di esseri umani, ma soprattutto l’atteggiamento di chi si rifugia nella religione in modo solipsista e passivo: quando si è totalmente affranti è facile lasciarsi andare a un senso di sconfitta tale che un ciarlatano qualsiasi, come quello interpretato da Edoardo Leo, riesce a vincere sulle personalità più deboli e a monetizzare, eventualmente. Da un lato quindi c’è la critica per chi approfitta dei più deboli facendo loro credere che la religione possa davvero sistemare tutto, dall’altro c’è anche una spiritualità debole, incapace di rendere abbastanza forti da non lasciarsi spezzare ad una forte corrente d’aria. Un film capace, dunque, di offrire anche uno spunto di riflessione su quale possa essere il vero ruolo della fede al giorno d’oggi, di qualsiasi religione si parli: quale aiuto concreto può offrire? Può la fede essere considerata una colonna incrollabile nella storia delle civiltà?

Per tutte queste ragioni, Io c’è si rivela essere una commedia al di sopra del livello (non di per sé altissimo) del panorama nazionale e merita senz’altro un’occhiata.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.