La scrittura creativa e il postmoderno: cosa imparare da Mark Axelrod

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Sul Corriere della Sera è stato recentemente pubblicato un articolo con la firma di Claudio Magris, in cui viene commentata la storia edita da Verbivoracious Press dal titolo Balzac’s Coffee, DaVinci’s Ristorante. L’autore è Mark Axelrod, insegnante di letteratura comparata alla Chapman University di Orange in California, luogo in cui ha peraltro diretto per ben 16 anni il John Fowles Center for Creative Writing.
Magris descrive l’opera come «un libro bizzarro e inclassificabile che prende di mira, e supera, il post-postmoderno».

Come in altri suoi testi, il professor Axelrod sembra puntare proprio sulla conoscenza dei meccanismi della scrittura creativa – che infatti insegna – arrivando a padroneggiarla abilmente, giocandoci e ribaltando le convenzioni narrative per farne una parodia della parodia. La critica lanciata è relativa a quell’avvilupparsi su se stesso tipico del postmoderno di bassa lega, il quale propende al parossismo del riuso, facendo uso di citazioni e recuperando forme del passato più che all’invenzione originale di nuovi modi di raccontare e di creare. Il postmoderno nasce come analisi descrittiva, non come una direzione da intraprendere: il termine “la condition postmoderne” coniato dal filosofo francese Lyotard fa riferimento ai grandi racconti che parlano di quegli ideali che hanno ispirato la cultura occidentale fino a metà del ‘900. Da questi, sono poi derivate a cascata nuove correnti, tra le quali quella del “pensiero debole”. Ma è proprio così? O dietro questa precarietà dichiarata si nasconde qualcosa di più?

Mark Axelrod
Mark Axelrod

A grande distanza da quel 1979, anno di uscita del testo, si può forse azzardare che c’è effettivamente una nuova tipologia di narrazione e con essa nuovi ideali. Seguendo questi, come suggerito anche da Magris, si deve sempre procedere verso nuove approssimazioni, evitando di decostruire continuamente e senza fermarsi all’ombra delle macchietta dei grandi del passato. Il messaggio è lo stesso che Axelrod insegna nei suoi corsi di scrittura creativa, cioè i corsi che in America sono programmati apposta per la formazione di nuovi scrittori, nei quali nella produzione di chilometri di carta si ricevono consigli e critiche continue nell’ottica del “migliorare facendo pratica”. Esattamente come ad ArtSpecialDay, in fondo, e come alla scuola Holden di Baricco.

Uno dei moniti che il professore rivolge ai suoi studenti recita così: «the first draft is not the last» cioè «la prima bozza non è mai definitiva». Questo a significare che il lavoro di scrittura si fa, oltre che con estrema attenzione ai dettagli e conseguente pazienza, anche con la presa di coscienza dei propri errori e la revisione di essi.  Si tende spesso a pensare che chi scrive possieda una sorta di intuizione superiore che lo porti a farlo magnificamente di getto, diretto dalla Grande Idea Creativa. La verità è che servono studio, pratica e, alle volte, anche dei corsi socializzati che permettano di migliorarsi continuamente, per tirare fuori sempre il meglio di sé e delle proprie capacità.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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