La vecchiaia: solo dolori? “De Senectute”, una rilettura per il XXI secolo

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Parlare della vecchiaia nel 21° secolo significa affrontare una questione fortemente stigmatizzata. A detta dei più, la senescenza è la fine di tutto, dal lavoro al tempo libero, in quanto i dolori e i più disparati acciacchi cominciano a manifestarsi. Tuttavia, con spirito zetetico, è questa rappresentazione veritiera? La vecchiaia è veramente la fine di tutto? È convinzione di chi scrive che tutto ciò sia soltanto il frutto del mito positivista e neoliberista, che tratta le persone non come esseri umani dotati di una loro dignità, ma come oggetti di uso e consumo di cui è possibile disfarsi ai primi segni di sfaldamento. Questo articolo si basa sul saggio De Senectute della filosofa Francesca Rigotti (Einaudi, 2018): dopo aver delineato il suo percorso intellettuale e filosofico, affronterò la il tema della vecchiaia nel dettaglio e, infine, saranno tratte conclusioni appropriate.

Francesca Rigotti

Francesca Rigotti ha insegnato a Gottinga e Zurigo e, da 12 anni insegna all’Università della Svizzera italiana a Lugano. La sua ricerca verte sull’utilizzo della metafora in filosofia, dalla politica, alla cultura fino alla pratica quotidiana. Non a caso, la filosofa stessa ha definito Hans Blumenberg uno dei suoi maestri, in quanto il pensatore tedesco è il principale esponente della metaforologia nel XX secolo. Dopo questa premessa orientativa, passiamo adesso al nocciolo della questione, cioè il trattamento in filosofia della vecchiaia. Inizierò commentando questa asserzione dell’autrice:

La percezione e l’interpretazione della vecchiaia hanno un andamento ondivago e oscillante: talvolta prevale l’immagine negativa, talvolta quella positiva, talvolta esse convivono nello stesso lasso di tempo e di spazio

Francesca RigottiSono in disaccordo con questa considerazione, in quanto, dallo sviluppo scientista del positivismo fino ad arrivare alle posizioni dannose ed estreme del neoliberismo, la percezione della vecchiaia non ha conosciuto non ha mai oscillato tra un polo negativo e uno positivo, ma soltanto molto negativo. Tutto ciò è dovuto alla percezione della vecchiaia come tramonto dell’esistenza attiva , sia in termini morali che anche pratici e materiali. Ma è sempre stato così? Ovviamente no.

L’antichità classica non aveva una percezione negativa della vecchiaia: il saggio di Rigotti, infatti, prende le mosse dall’omonimo scritto di Cicerone, in cui l’Arpinate non descrive la vecchiaia in modo negativo, anzi. Citerò adesso dal De senectute ciceroniano per rafforzare la mia argomentazione:

Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell’età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo.

Non c’è niente di sbagliato o vergognoso nella vecchiaia: si tratta di una fase inevitabile della propria esistenza, la quale ci permette (sulla carta) di riguardare alla nostra vita, alle nostre scelte e giudicare se le decisioni che abbiamo preso sono state negative o positive. Utilizzando una metafora economica, è il momento in cui si tirano le somme.

Tuttavia, lo ripeto nuovamente, il positivismo e il neoliberismo hanno cambiato la nostra percezione sulla vecchiaia. Gli anziani sono fuori dal ciclo produttivo, non sono più sessualmente attivi (ripensando al priapico Silvio Berlusconi, ho considerevoli dubbi) e non possono più contribuire in modo fattivo allo sviluppo sociale, essendo privati di quella che Nietzsche chiamerebbe volontà di potenza (come se fosse l’età a stabilire chi e come dovrebbe contribuire al bene comune). Il mito della gioventù è emerso in modo particolare in politica negli ultimi anni, soprattutto grazie all’ex Presidente del Consiglio e attuale segretario del PD Matteo Renzi. Il suo mandato governativo è stato caratterizzato dalla narrazione della giovinezza e alla sua volontà di potenza: egli è il rottamatore, cioè il distruttore dei vecchi arnesi della politica sia a destra quanto a sinistra, colui che, grazie alla forza della sua gioventù avrebbe riportato l’Italia alle sorti magnifiche e progressive. Perché questo stigma nei confronti dei capelli bianchi? La vecchiaia è, come osserva Cicerone, una fase inevitabile (e non tutti ci arrivano), ma è essenziale, fosse solo perché possiamo dare consigli grazie all’esperienza accumulata.

Rigotti, inoltre, sottolinea che è la donna subisce maggiormente lo stigma della vecchiaia: ella non più bella e forte come in gioventù, ma soltanto brutta e acida. Emerge, ancora una volta, il cipiglio patriarcale e maschilista, in quanto la donna, ancora una volta, è vista soltanto come un oggetto da mostrare quando è giovane e bella e da nascondere quando è vecchia e brutta.

In conclusione, che cosa fare? Il saggio di Rigotti è una pietra miliare nella riflessione filosofia occidentale: esso affronta direttamente il problema della vecchiaia, dimostrando come essa non sia in fondo negativa. È una fase necessaria della vita, dove si fanno i conti col passato e si prendono decisioni fondamentali per il futuro. Lo storytelling della gioventù come elemento imprescindibile di rinnovamento non dovrebbe nemmeno avere ragione di esistere, se si guardasse in modo onesto e oggettivo a ciò che la vecchiaia hanno realizzato: ricordo a coloro che guardano con ammirazione alla gioventù che Garibaldi, Mazzini, Cavour o Churchill non erano adolescenti quando hanno realizzato ciò che hanno realizzato. Consiglierei di riflettere prima di sprecare fiato inutilmente. Paradossalmente, W la vecchiaia.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura 

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