#perlaGloria – Siamo tutti Beatrice

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Beatrice un mattino ha pensato di non potercela fare più, si è avvicinata al treno in arrivo che l’avrebbe portata a scuola ed è sparita. Aveva quindici anni, un’età nella quale domani può cambiare tutto. Anche tra un’ora, in realtà. Eppure mentre ci sei in mezzo sembra che tu non possa vederti diversa da così, così come ti vedi riflessa nelle porte a vetri dell’ingresso della scuola, così come ti vedono gli occhi di tutti gli altri.

Ci siamo sentiti tutti dei cessi, a fasi alterne lo siamo anche canonicamente stati.

Siamo stati in qualche misura sbagliati, goffi, diversi da come volevamo, da come ci volevano.

Alle medie i miei compagni tastavano le schiene delle ragazzine, la mia compresa, per scoprire se ci fosse il gancio del reggiseno. Io ovviamente non l’avevo ( potrei farne a meno anche adesso, in verità) il che mi fece scivolare alla fine della classifica di quelle definite belle per antonomasia. Le battute amare si muovevano in un ampio ventaglio di creatività e ogni volta erano come cazzotti sui denti. Ero troppo magra, troppo poco femmina fisicamente e non avevo nemmeno le possibilità economiche per avere i vestiti giusti.

Al liceo, per motivi ancora insondabili, sono diventata piuttosto carina. Non andava bene comunque perché, a quel punto, per “loro” ero una stronza che se la tirava e quindi sono stata ghettizzata, derisa, esclusa, insultata.

Passati gli anni sono riuscita ad essere definita facile e fica di legno nella medesima frase, il che ha sapore di guinness della coerenza.

Insomma non c’è scampo. Non esiste una condizione che ti schermi da questi giochi del giudizio.

Non ne parlavo quasi mai a casa, soprattutto quando ero più giovane. Mi piacerebbe dire che lo facevo per il nobile motivo di non far preoccupare la mia famiglia, ma la verità era che mi vergognavo di far sapere a mia madre che sua figlia era una sfigata, con meno amici di quanto pensasse, monca di doti fondamentali.

Perchè questo credevo di essere.

Eppure passa, Beatrice, ti giuro che passa. Basta solo un po’ di tempo e cambia tutto. Non i giudizi gratuiti o il sentirsi sbagliati, il vedersi mostri riflessi allo specchio o senza il proprio spazio nel mondo. Quello rimarrà a tratti e fa parte del gioco. Cambierà, però, la tua visione di chi si permette di parlare di te, capirai che il marcio è in quelle bocche troppo lontane da un cervello per dire cose sensate. Farà male comunque, ma passerà più veloce. E cambierà anche il tono del tuo vaffanculo che dedicherai a chi si sente nella posizione di poter parlare di te.

È che siamo animali e nient’altro, anche se lo abbiamo dimenticato, animali piuttosto vili che attaccano in branco per non rischiare di finire prede. E lo so che a quindici anni il mondo che conta ha i confini del cortile della scuola e che con internet la piazza del pubblico ludibrio si è espansa, ma il mondo è decisamente più grande di così e non sai quante altre voci migliori potrai incontrare domani.

Se solo avessimo il coraggio di parlare scopriremmo quante persone oggi vincenti sono state bullizzate da piccole e vedremmo quanto, chi rendeva i loro giorni un inferno, sia spesso ancora lì, immobile e uguale a se stesso. Troppo occupato a riempire la sua bocca con parole sugli altri per occuparsi di riempire la sua vita vuota.

Siamo stati tutti Beatrice almeno una volta.

Con la gran voglia di scappare dai nostri stessi panni.

Ci capita di esserlo ancora.

Impariamo ad avere il coraggio di dire quanto ci sentiamo sfigati e falliti.

Scopriremo di essere in tanti e di riconoscere tra la folla gli stessi visi di chi sul pulpito ha puntato il dito contro di noi.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

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