Ludwik Lejzer Zamenhof, il padre dell’esperanto che sognava la pace dei popoli

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Pieter Bruegel, La Torre di Babele, 1563

Ludwik Lejzer Zamenhof, meglio conosciuto in Italia come Ludovico Lazzaro Zamenhof, nasce il 15 dicembre 1859 a Białystok, piccola città della Polonia orientale, all’epoca appartenente all’impero zarista. È stato un oftalmologo e linguista polacco, ma il suo nome è conosciuto in tutto il mondo perché con esso nascono il sogno di una nuova lingua franca per riunire i popoli e l’esperanto.

Nato nella seconda metà del XIX secolo, Zamenhof si ritrovò a crescere in una cittadina popolata da varie etnie e religioni che si avvia lentamente verso la fine dell’impero. Da lì, si trasferì a Varsavia (dove morirà il 14 aprile 1917) e poi a Mosca per seguire i suoi studi di medicina. La sua professione rimase, tuttavia, solo un modo per sbarcare il lunario, mentre nel tempo libero si dedicava alla sua vera passione, la linguistica. Nonostante sia stato allevato da ebrei osservanti e sia piuttosto legato alle proprie origini, Zamenhof non si è mai considerato parte di una cerchia religiosa ristretta. Al contrario, egli accusava le divergenze linguistiche di essere la causa primaria di conflitti e guerre tra i vari paesi.

Unua Libro: le basi di una nuova “lingua internazionale”

Bandiera dell’Esperanto

In quanto figlio di genitori benestanti, Zamenhof fu istruito in varie lingue. Egli era infatti fluente non solo in polacco e russo, ma se la cavava piuttosto bene anche in francese, yiddish, italiano e, naturalmente, nelle lingue classiche. Tuttavia, Zamenhof si è sempre professato contrario sia all’utilizzo di lingue arcaiche per la comunicazione moderna che a quello di una lingua nazionale, quale il francese, a livello internazionale. Fu così che nacque in lui l’idea di creare una nuova lingua franca per permettere al mondo di comunicare senza che una di esse prevalga sulle altre.

Nel 1878, Zamenhof pubblicò in lingua russa la prima grammatica dell’esperanto: Mejdunarodnyj Yazyk, traducibile come “lingua internazionale”. Per questa prima pubblicazione egli utilizzò lo pseudonimo Dottor Esperanto. Vendette 3000 copie, di cui solo tre sono ancora in circolazione. Questa grammatica è oggi conosciuta come Unua Libro, ovvero “Primo Libro”, in quanto esso fu il primo manuale di esperanto. In italiano uscì appena tre anni dopo, tradotta da Daniele Marignoni.

Cos’è l’esperanto?

Unua Libro, 1887

L’esperanto è una lingua ausiliaria internazionale (LAI), ovvero un idioma creato appositamente per facilitare la comunicazione tra persone di nazionalità diverse. Tale lingua però non viene pensata con lo scopo di soppiantare gli idiomi nativi, ma come semplice coadiuvante comunicativo per le confrontazioni culturali, quale lo sarebbe per noi l’inglese. L’esperanto non è l’unica LAI esistente: nel corso dell’ultimo secolo infatti, tra le altre, videro la luce anche l’interlingua, basata principalmente sulle lingue romanze, e l’ido, nata come possibile alternativa all’esperanto.

Essendo stata studiata a tavolino, l’esperanto risulta essere una lingua con una grammatica molto semplice e priva di eccezioni. Ogni lingua naturale esistente su questo pianeta presenta delle irregolarità: l’italiano per esempio presenta irregolarità nella formazione dei plurali, tempiotempli, e dei comparativi e superlativi, bene-meglio, così come nella coniugazione verbale, andiamo-vanno. In esperanto queste “difficoltà” non esistono. Inoltre, Zamenhof compose il lessico con radici provenienti da varie lingue: esse possono formare nuove parole unendosi tra loro, il che lo rende un idioma molto economico. Per quanto strano possa apparire, ciò ne permette un apprendimento più regolare, costante e facilitato. Per tutti coloro che hanno sudato sette camice coi paradigmi greci questo sembra un sogno. E allora perché nessuno lo parla questo famoso esperanto?

Opinioni divergenti sulle LAI

Quando si parla di esperanto, l’universo linguistico si spacca in due: da un lato troviamo coloro che non la ritengono una lingua in quanto non naturale e priva di una cultura propria, mentre dall’altra coloro che la ritengono degna di status linguistico. Secondo Noam Chomsky, una lingua può essere definita tale se possiede due componenti fondamentali, ovvero un lessico e una grammatica. Stando a questa definizione, l’esperanto si qualifica come lingua a tutti gli effetti. Una lingua internazionale non può avere una cultura poiché non “appartiene” ad alcun popolo, come era nelle intenzioni del suo creatore.

Il lessico dell’Esperanto deriva da quello di lingue europee

Oggi nel mondo si cerca di spingere l’apprendimento dell’inglese perché ritenuto un passepartout nel mondo globalizzato. Per quanto l’apprendimento di lingue straniere sia necessario e vada imposto nelle scuole, ciò non significa che l’inglese sia più importante di altre. Nell’ideale di Zamenhof, l’esperanto avrebbe anche posto fine al bullismo linguistico che fa prevalere una lingua, e quindi la sua cultura, sulle altre. Da anni assistiamo inermi alla forza dirompente delle culture anglofone, senza nemmeno accorgercene, mentre oltreoceano le persone si crogiolano nel loro privilegio di parlanti nativi e rifiutano fortemente l’apprendimento di qualsivoglia idioma.

L’adozione dell’esperanto è stata largamente supportata da parecchi intellettuali, tra cui Umberto Eco, Eistein, Tolstoj, Jules Verne e Giovanni Paolo II. Forse sarebbe anche l’ora di riparlarne, ma questa volta seriamente.

Luisa Seguin per MIfacciodiCultura

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