I Grandi Classici – “Capitani coraggiosi”, i “vinti” di Rudyard Kipling che insegnano a vivere

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È diventato un concetto, un modo di dire e purtroppo un luogo comune, Capitani Coraggiosi: abusato, ovviamente, come tutti i concetti importanti ammantati dell’alone dell’apparente semplicità, come d’altra parte anche il semplice sostantivo capitano, usato per pubblicità&politica, da individui che del capitano nulla hanno. Usato, anche, ad onor del vero, anche in maniera consona, assonante a quell’invocazione dello zio Walt, Oh capitano mio capitano con cui è stato chiamato anche il professor Keating, e tanti capitani, coraggiosi veramente e non in quanto semplici guide di una masnada di cialtroni, capitani della politica e della storia, della letteratura, della musica, da Whitman a De Gregori.

Un intenso primo piano del romanziere

Potrà sembrare superfluo un ragionamento sul titolo di uno dei più famosi romanzi di Rudyard Kipling, edito per la prima volta nel 1897, un ragionamento concettuale ma anche semplicemente lessicale: semplicemente si fa per dire, ché il termine capitano è un significante denso di significati, anche quando associato a semplici pescatori di merluzzi. Uno dei meriti del romanzo, ad esempio, ruota intorno all’associazione appunto di n grado così importante, sia esso dell’esercito o della marina, alle barche di umili personaggi che si guadagnano da vivere goccia a goccia, pesce a pesce, che non a caso viene pedantemente contato. È già questo uno dei motivi per cui Capitani coraggiosi va ascritto alla categoria del Grandi Classici (e d’altra parte, se Kipling nel 1907 vinse il Nobel per la Letteratura fu anche per questa storia di pescatori), ossia il fatto che Kipling fu tra gli scrittori che contribuì ad abbassare lo sguardo sugli umili, su coloro che la vita la pagano in sudore.

La storia è alquanto nota, nonostante il passare degli anni: un viziatissimo adolescente, rampollo di una famiglia miliardaria, cade in mare durante una traversata dell’Atlantico. Viene salvato da un peschereccio, la We’re Here, che non può permettersi di invertire la rotta e riportalo immediatamente a casa, poiché dalla pesca di alcuni mesi consecutivi in mare dipende la sussistenza delle famiglie dei pescatori. Il giovane Harvey Cheyne rimane così a lavorare fianco a fianco a questi lupi di mare, uomini rudi ma retti e sensibili: il lavoro, la durezza dell’esistenza, la stima degli adulti e l’amicizia col giovane Dan, figlio del capitano del peschereccio cambieranno Harvey, che tornerà alla sua famiglia cambiato e maturato.

Una vecchia edizione del romanzo

Romanzo di viaggio e formazione, quindi, laddove le due cose raramente coincidono nella vita, anche se dovrebbero, e di valori quali onestà (quella vera), coraggio, solidarietà, comprensione, accettazione naturale dell’alterità: tutti concetti connessi alla figura del pescatore, parallela a quella del capitano, che ricordiamo dalla chiave religiosa a quella hemingwayana, passando per De André e Bertoli. Ma c’è anche Moby Dick che soffia laggiù, e tra le nubi della Tempesta Perfetta invece si intravede la sagoma della goletta del capitano Disko Troop. Anche Capitani Coraggiosi, come ben si ricorda, è stato tradotto in film: il più rimarchevole dei quali romane quello di Victor Fleming con Spencer Tracy nei panni del marinaio Manuel, del 1937.

Capitani Coraggiosi, come si diceva, è interessante anche sotto il profilo linguistico: la pesca e la vita della nave viene passata al microscopio, con tutto l’uso del linguaggio settoriale che ne consegue, e che per la presenza imprevista di Harvey diventa improvvisamente anche gergale; ma ancora più interessante è l’uso costante e bivalente del nome proprio. Kipling, infatti, nomina continuamente, ed elenca in serie, e descrive minuziosamente, questi capitani e semplici marinai coraggiosi, conferendogli spessore ed insieme dignità, allontanandoli per sempre, anche nel racconto dei ricordi di viaggio e pesca, dal pericolo dell’oblio e dell’anonimato, dello smarrimento nella massa indistinta dei diseredati e dei lavoratori manuali, che è praticamente lo stesso. In più, Kipling fa la stessa cosa anche con le navi, che attraverso i loro numi e caratteristiche vengono quasi antropomorfizzate e assumono spessore di “cosa viva”: l’effetto conclusivo è quasi quello di una duplice Antologia di Spoon River, anche perché la morte accompagna questi capitani ed il loro lavoro.

Ancora, in Capitani Coraggiosi il melting pot è evidenziato dalla presenza di una sorta di lingua franca: nel caleidoscopio di nazionalità ed etnie dell’universo dei pescatori di merluzzi non c’è posto per nazionalismi, se non con spirito burlesco, goliardico. La comunicazione avviene in maniera pragmatica: una parola qua, una là, come in Blade Runner (che non si inventa niente lo abbiamo già detto?).

E questa comunicazione, reale, profonda, fa sì che quello che i personaggi si veicolano vicendevolmente non sono soltanto parole, ma valori: distillati lentamente, ancora goccia a goccia e pesce a pesce: in Capitani Coraggiosi manca il senso dell’aforisma, della frase ad effetto da usare come citazione (a parte, appunto, il titolo), ma ciò accade perché lo stile si adegua alla materia, e la formazione non avviene per balzi ma con un processo lento, di maturazione: attraverso le risposte che si riescono a dare, in qualche modo, alle difficoltà della vita.

La quale, come è evidente, è ben più temibile di una semplice battuta di pesca al merluzzo nell’Atlantico del Nord.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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