Èmile Durkheim, primo indagatore del fatto sociale all’interno del patto sociale

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Lungi da noi l’idea di paragonare Nanni Moretti ad Emile Durkheim, ma certo la battuta di Caro Diario «Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza» sembra quasi un prodromo ad uno degli aforismi più noti dei sociologo francese: «Il suicidio è inversamente proporzionale al grado di integrazione dei gruppi sociali di cui l’individuo fa parte». Certo, la posizione di Moretti è fittizia, politicamente strumentale e intellettualmente ipocrita come un comunista in cachemire: soprattutto, è compiaciuta come chi abbia pensieri suicidari o rifletta sulla fine volontaria della vita non potrebbe mai essere.

E. Durkheim

Possiamo invece supporre con una certa tranquillità che Emile Durkheim, (Épinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917) sia stato una delle letture di Jean-Paul Sartre come pure di Albert Camus, in quanto per entrambi l’argomento del suicidio rivestiva notevole interesse. In ogni caso, Durkheim fu storico delle religioni, antropologo e sociologo, e quindi il punto di vista, già divergente in Sartre-Camus, sarà ancora diverso in Durkheim. In realtà quest’ultimo, la cui opera fu fondamentale dal punto di vista antropologico per la chiara visione della correlazione tra religione e struttura del gruppo sociale, si pone come uno dei veri e propri fondatori della sociologia come scienza, basata su assunti teorico-metodologici fondamentali.

Il caposaldo del pensiero di Durkheim è il fatto sociale, che viene definito «qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore; o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali» (Le regole del metodo sociologico, 1895). Durkheim quindi studia il potere di coercizione che i fatti sociali esterni all’individuo esercitano sullo stesso, analizza quelle che sono manifestazioni psichiche collettive, studia il comportamento criminale indagando sugli aspetti sociologici dei reati, stabilisce una tipizzazione dicotomica dei “tipi sociali”, conia il concetto di coscienza collettiva come insieme di credenze in comune alla media dei membri di una comunità legati da vincoli di solidarietà, opera studi sull’economia basati sulla suddivisione primaria tra società semplici e complesse e che vedono il lavoro veicolato come principale strumento di coesione sociale, sostiene una visione sociale delle religioni.

Quando ci si accinge a spiegare un fenomeno sociale, bisogna cercare separatamente la causa efficiente che lo produce e la funzione che esso assolve.

Pare fuor di dubbio, comunque, il fatto che il campo di indagine più originale di Durkheim sia, come visto, il suicidio. Distante da una posizione alla Schopenhauer, che riteneva foriero di gravi conseguenze – sociali – il fatto di esistere in una società dove la maggior parte della gente vive solo perché non ha il coraggio di suicidarsi, Durkheim indaga col suo metodo fino a poter essere definito quantomeno il precursore di quella che viene chiamata suicidologia, che ufficialmente nasce nel 1957 dagli studi di Schneidman e Farberow. Ma nel 1897 Durkheim aveva già pubblicato il lavoro intitolato Il suicidio. Studio di sociologia, di cui dà una definizione, ovviamente, sociologica oltre che funzionalista: ne Il suicidio afferma che anche le le scelte di vita o morte che sembrano frutto di autodeterminazione, dettate dalle ragioni più individuali e libere, in realtà sono riconducibili a cause sociali, dalle quali siamo sempre condizionati. Peraltro, il suicidio è un evento comune a tutte le società e quindi va considerato un fatto sociale normale, entro certi limiti; diventa patologico solo quando si riscontra un aumento improvviso della corrente suicidogena che indica una perturbazione nel rapporto individuo/società (ma esistono sistemi culturali, come quello giapponese, dove il suicidio continua ad essere considerato come un evento socialmente accettabile ed addirittura encomiabile, in determinate circostanze).

Non è affatto per caso che gli uomini che avrebbero delle ragioni per suicidarsi si incontrano in più grande numero nelle professioni liberali, industriali e commercianti, e nei grandi gruppi urbani più che negli altri.

Naturalmente, nel giudizio di “normalità” non viene tenuto conto dell’influenza della religione: in ogni caso, Durkheim esclude dal suo campo di interesse le ragioni psicologiche individuali, anzi, ne nega l’esistenza: ed individua così quattro tipi di suicidio sociale, ossia egoistico, altruistico, anomico e fatalista.

Può essere che, tra tutti gli uomini che avrebbero delle ragioni per suicidarsi, si uccidano quelli che sono irritabili, suscettibili, poco capaci di padroneggiarsi.

Durkheim non si suicidò: nato in Alsazia da famiglia ebrea, vide la sua terra d’origine passare sotto il controllo della Germania a seguito della guerra Franco-Prussiana, fatto a seguito del quale il padre del giovane Emile si trasferì a Parigi per evitare di diventare suddito germanico. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la morte dell’unico figlio sul fronte dei Balcani e le accuse dei nazionalisti francesi (in ogni tempo e luogo, i nazionalisti temono e osteggiano tutto quello che non capiscono, e non capendo nulla che vada al di là della loro esperienza diretta sono costretti ad odiare la quasi totalità dell’esperienza umana, d”i ciò che è bello ed empatico) di essere di “estrazione tedesca” e insegnare una “materia straniera lo gettano in uno stato di prostrazione, preludio di un ictus che lo stroncherà a soli 59 anni.

Non suicida, quindi, ma comunque vittima, ironicamente e beffardamente, di un fatto sociale: la belluina, aggressiva, stupidità collettiva che si nasconde nei più beceri –ismi politici, dei quali il nazionalismo è verosimilmente tra i peggiori.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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