15 aprile 1874: scoppia la rivoluzione artistica degli Impressionisti

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Camille Pissarro, Brina, 1873

Parigi, 15 aprile 1874. Al numero 35 di Boulevard des Capucines, studio del celebre fotografo Nadar, si tiene la prima mostra di coloro che oggi conosciamo come Impressionisti. Sfidando il mercato e le sue rigide imposizioni, entrando volutamente in contrasto coi dettami stabiliti dai circuiti del Salon, essi incarnarono per primi l’icona dell’artista controcorrente, maledetto, perché fuori dalle regole e fedele alle norme dettate solamente dal bisogno di dipingere. Per questo motivo la loro prima mostra fece scandalo, destò polemiche e critiche senza fine, per delle tele che apparivano incomplete, abbozzate. I pittori impressionisti iniziarono ad essere derisi, fatti oggetto di giudizi pesanti e di rimproveri, divenendo così il simbolo dell’anticonformismo e della ribellione.

La mostra si aprì due settimane prima del Salon, con un orario di apertura inusuale: dalle 10 di mattina alle 18 di sera e poi dalle 20 alle 22. Dei 175 visitatori del primo giorno si passò ai 54 dell’ultimo: su un arco di quattro settimane, poco più di 30.000 persone visitarono la mostra, molte delle quali motivate dalla curiosità più che dal desiderio di studiare seriamente le opere esposte.
Molti dei cosiddetti critici si rifiutarono di recensire la mostra e se la citarono, fu solo per deriderla. L’unico che difese a spada tratta gli Impressionisti fu Jules-Antoine Castagnary che salutò positivamente la loro iniziativa, considerandola come un passo nella giusta direzione in quanto artisti capaci di comprendere la natura in maniera non banale, con pennellate sì sommarie, ma giuste come sono le allusioni.

Claude Monet, Boulevard des Capucines, 1874

Quando, all’indomani di quel 15 aprile 1874, il critico Louise Leroy definì “una giornata tremenda” quella trascorsa a visionare la prima mostra di quel gruppo di giovani rivoluzionari, ancora non poteva sapere quanto invece, circa 140 anni dopo, il solo nome degli Impressionisti avrebbe richiamato nei musei frotte e frotte di visitatori. Un successo epocale che nasce da due componenti fondamentali: il colore e la luce.

Nelle tele impressioniste, tutto è colore, anche le ombre: colori luminosi, vividi, che non lasciano indifferenti, ma che catturano la vista, seducendola. E poi c’è la luce. Luce mattutina, luce al tramonto, luce che si perde nella nebbia, luce che filtra dal fogliame di un bosco. Quella stessa luce che, partendo dal disco solare che sembra balzar fuori dalla tela di Monet, esposta per la prima volta nello studio di Nadar, contribuisce a dare quell’impression di vita che ancora oggi non smette di stupire.

Se la tradizione accademica richiedeva al pittore di essere fedele alla realtà, e all’arte di offrirne una rappresentazione quasi fotografica, ecco che a partire dall’impressionismo si riconobbe, con sempre maggior intensità, il potere interpretativo dell’artista, la preminenza della sua soggettività e la necessità di una ricerca intorno al mondo delle emozioni visive. Conseguentemente, la pittura venne finalizzata alla cattura di un istante, attraverso una tecnica evocativa e vibrante, grazie specialmente al metodo innovativo messo in atto dagli Impressionisti, ovvero il lavoro en-plein-air, a diretto contatto con quel mondo naturale di cui si voleva catturare sempre l’impressione.

Edgar Degas, Prova di balletto sulla scena, 1874

Poche, rapide, essenziali pennellate riescono a ritrarre la vita quotidiana, borghese fatta di svaghi, ozi e feste. Pennellate che permettono allo spettatore, di qualunque epoca, di immedesimarsi, di calarsi nella realtà del periodo.
Se il bilancio di quella prima mostra fu scoraggiante, oggi le stesse tele dei medesimi autori costituiscono un successo clamoroso, ovunque esse vengano esposte perché ciò che piace è il sentimento che emerge da quelle pennellate. Un sentimento che si percepisce ancora oggi perché se il mondo circostante cambia, le emozioni restano immutate nel tempo.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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