Dj Fabo: il Governo Italiano contro il controllo sulla propria morte

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La Corte d’Assise, in occasione del procedimento penale a carico di Marco Cappato, ha sollevato una questione di legittimità dell’art. 580 c.p. (reato di aiuto al suicidio) e il governo Gentiloni ha deciso di schierarsi a tutela di quella norma la quale, apparentemente, va contro la libertà di autodeterminazione in merito alla scelta sulla propria morte. Impossibile oggi non conoscere i tristi fatti legati al caso di Dj Fabo, da anni cieco e tetraplegico in seguito ad un grave incidente automobilistico, morto in Svizzera mediante suicidio assistito, con l’aiuto proprio di Marco Cappato, membro dell’Associazione Luca Coscioni e dei Radicali.

Dj Fabo prima e dopo l’incidente

Durante una diretta televisiva, Fabiano Antoniani, vero nome del dj, aveva espressamente dichiarato di voler porre fine alla propria vita non considerandola più degna di essere vissuta. Cappato era stato suo complice, andando con lui in Svizzera, paese in cui vige un ordinamento meno severo e invece orientato alla tutela e alla libertà e di autodeterminazione. Lì, a ognuno è consentito di decidere come e quando morire, non come in Italia. Difatti, per l’amico di Fabo è stato immediatamente avviato un procedimento penale, che sa dell’assurdo se si considera che sia l’accusa sia la difesa si ritrovavano ad essere unite. Citando le parole della requisitoria del Pm Tiziana Siciliano: «Mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa, io rappresento lo Stato e lo Stato è anche Marco Cappato». Proprio nella trasmissione degli atti alla Consulta, i giudici milanesi parlano di «libertà dell’individuo di decidere quando e come morire», schierandosi apertamente a favore di un orientamento progressista, che però nei fatti non pare avere alcun rilievo. L’Associazione Luca Coscioni era arrivata a raccogliere quindicimila firme contro l’intervento del Governo, ma a nulla sono valse. Ancora una volta, ha prevalso una visione estremamente conservatrice e retrograda, quasi bigotta della vita umana (non a caso la norma del codice penale risale agli anni ’30). Welby e Englaro sono solo alcuni nomi di chi si è battuto in prima persona per vedersi legittimati il diritto di autodeterminazione e quello libertà, apparentemente a fondamento della Costituzione italiana.

Sede della Corte Costituzionale

La scelta del Governo non ha fatto altro che rimarcare l’ingiustizia che permea nell’ordinamento e che limita l’esercizio delle libertà umane. L’Italia si dimostra essere tristemente – ancora – un paese che si ostina a colpire chi, per malattia o mancanza di denaro, non può porre autonomamente fine alla propria esistenza. Talvolta, alcuni vi riescono, o almeno ci provano, recandosi all’estero, come Dj Fabo, ma non tutti possono concedersi questo lusso, non avendo sufficiente disponibilità economica per sostenere un viaggio simile né per sostenere le ingenti spese mediche. Ma allora, viene da chiedersi, dov’è l’uguaglianza? Non si è forse tutti uguali al punto da godere dei medesimi diritti? Che tipo di uguaglianza è quella che fa dipendere l’esercizio di un diritto dal reddito?

A prescindere da quella che sarà la decisione della Corte Costituzionale (già si prospetta una sentenza interpretativa di rigetto nella quale la Consulta darà il criterio per un’interpretazione della norma costituzionalmente orientata), il Governo ha lanciato ai cittadini un messaggio forte e chiaro di chiusura verso il riconoscimento della libertà di autodeterminazione dell’individuo, che avrà come diretta conseguenza, seguendo le orme di Dj Fabo, un’ulteriore migrazione verso altre mete per risolvere il problema in prima persona. Decidere se morire, come e quando farlo dovrebbe essere un diritto di tutti, eppure il Governo ci suggerisce che no, ancora l’Italia non è pronta all’affermazione di un diritto che, nonostante tutto, trova fondamento sia nella Costituzione nazionale che nelle Carte dei Diritti Umani europee.

Un piccolo, ma significativo, squarcio di sole è rappresentato dall’approvazione della legge sul biotestamento avvenuta il 14 dicembre 2017. Grazie a questa, la volontà e la libera scelta del paziente ricevono finalmente un riconoscimento e una tutela. Questa vicenda rappresenta un passo avanti che però purtroppo non risulta ancora sufficiente a superare quella che spesso sembra essere una paura di fondo quando si tratta di dover prendere posizione per difendere dei diritti basilari della persona.

Perché parlare e sproloquiare del “diritto alla vita” fa meno paura del “diritto alla morte”? Non sono entrambi riguardanti la persona stessa? Non è possibile tutelare la vita senza tutelare anche la morte, un individuo non può accontentarsi di nascere se poi la propria vita resta in balia di agenti esterni. La crociata verso un’Italia più giusta e civile è ancora lunga. L’importante è non arrendersi.

Veronica Morgagni per MIfacciodiCultura

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