“The Man Who Stole Banksy”: il volto oscuro dell’arte

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The Man Who Stole Banksy

Ultimamente al cinema abbiamo visto diversi film inerenti alla vita di artisti e all’arte. The Man Who Stole Banksy di Marco Proserpio non è solo questo: si tratta di arte al cinema sì, ma narra contemporaneamente anche del suo volto oscuro, specchio della nostra attuale società. Il film segue le vicende di un’opera di Bansky privata del suo habitat e del viaggio che ha percorso passando dalle strade polverose di Betlemme alle eleganti case d’asta occidentali. Questo blocco di cemento diviene il personaggio principale del nostro viaggio, aprendoci palcoscenici importanti come quello del mercato nero dell’arte e non solo.
The Man Who Stole Banksy verrà presentato al Tribeca Film festival di New York (18-29 aprile), festival molto importante per il mondo del cinema, e sarà accompagnato dalla voce rustica di Iggy Pop: qui sarà in concorso nella sezione Documentary Competition.

Ora però torniamo indietro undici anni: siamo nel 2007, in Palestina, e Bansky ed il suo team realizzano alcuni murale, anche in zona “difficili”.

L’arte di Bansky infatti trova la sua massima espressione tra le strade, le rovine e le città più moderne. L’artista dirà in un intervista: «Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno». Ricordo come camminando per le strade di Parigi lessi una scritta su un muro che diceva «un muro bianco è la testimonianza di un popolo che tace»: ecco quindi perché Banksy agisce e dipinge i muri, per ricordare a tutti l’esistenza di conflitti e guerre.

L’intento Bansky è sempre lo stesso: provocare! Mediante l’utilizzo di soggetti divertenti e colorati egli richiama concetti etici e culturali lasciandoli sospesi tra il paradosso e la realtà:

Io uso quello che serve. A volte questo significa solo disegnare un paio di baffi sul volto di una ragazza su qualche cartellone, talvolta invece significa sudare per giorni su un disegno intricato. Il fattore più importante è l’efficienza.

Questa efficienza però non è sempre ben vista o apprezzata. Il popolo palestinese non ci sta ad essere raffigurato come un asino da un artista che si cela dietro ad una figura anonima, (per sapere di più sulla sua identità vi consiglio questo articolo) così un taxista di nome Walid assieme alla comunità e con un flessibile ad acqua, ha tagliato il muro asportandone l’opera. L’intento di questo gesto? Vendere l’opera al migliore offerente e guadagnare quanto più possibile, entrare quindi nel mondo del capitalismo tanto e spesso denunciato dall’artista. Un opera d’arte che quindi viene privata della sua natura e anche dal suo compito sociale ed entra nel mondo che l’artista spesso rifiuta e condanna.

The Man Who Stole Banksy quindi, partendo da questo fatto, grazie alla regia saggia di Marco Proserpio, tende ad esprimere lo sguardo di un popolo dinnanzi all’arte di strada occidentale, sino a parlare del mercato nero e della vendita di queste opere all’insaputa degli artisti.
Diretto a riprese alterne tra la sabbia della strada ed i differenti primi piani, il film non solo dà voce ai giornalisti, professori ed esperti del mondo della street art, ma anche al popolo, alla gente comune e per la prima volta al tassista Walid. Da queste testimonianze si trarrà una diversa visione della street art ed è per questo che vi consiglio di guardare senza pregiudizi questo film.

Sono passati ormai differenti anni e l’asta per questo blocco di cemento non si è ancora conclusa, dalle strade sabbiose della Palestina per oltre centomila dollari è stata trasferita in Scandinavia dove sta attendendo notizie per il volo oltreoceano. La domanda portante che mi risuona alla mente è: come ha fatto Banksy ad accettare che la sua opera fosse stata estrapolata dalla propria natura e dalla propria realtà? Come può ammettere che ora il mondo da lui spesso condannato diventi un habitat forzato per la sua creazioneE se il destino avesse agito per far arrivare questa opera nelle case o nel museo privato di qualche collezionista che a differenza del popolo palestinese ne apprezzi l’arte, sarebbe ancora fuori dal suo contesto artistico?

Tocca ad ognuno di noi interpretare questa storia, un po’ come ha sempre voluto Banksy per le sue opere.

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

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