“Il principe costante” di Grotowski: drammaturgia della differenza

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Nello scorso articolo abbiamo parlato delle fonti di partenza che Jerzy Grotowski aveva utilizzato per la sua opera teatrale Il principe costante che molto si differenzia dalle prime. In questa sede si tratterà di come Grotowski si avvicina al testo e come esso viene apprestato per il salto alla scena. Così ci parla del lavoro sul testo Lorenzo Mango nel libro Il principe costante di Calderòn de la Barca-Slowacki per Jerzy Grotowski:

Non si tratta di annullare la materia letteraria ma di ripensarla nel quadro di un più complessivo ordine del linguaggio teatrale in cui la scena, in cui il lavoro dell’attore abbiano una funzione autonoma e creativa che non si limita alla mediazione o all’interpretazione della parola scritta.

Jerzy Grotowski

Questo vuol dire che la trasposizione, teatrale, del testo in scena apporta nel teatro di questo artista una rimodulazione del testo stesso, come se fosse necessario riattualizzare un contenuto a seconda del contesto in cui viene collocato. Il contesto di Grotowski infatti è distante anni luce da quello di Calderòn e da quello di Slowacki, seppur a lui più vicino temporalmente, ma anche un qualsiasi spettacolo teatrale è già dall’inizio irrimediabilmente scollato dal testo che porta in scena se quest’ultimo non viene scritto in scena, cioè dagli attori. Bisogna quindi, colmando la distanza tra i tempi diversi da un lato e tra il testo e la scena dall’altro, operare una rimodulazione del testo: una riscrittura (sul ruolo di questa riscrittura all’interno del teatro di Grotowski vedremo in seguito).

Sulla maniera però di entrare nel testo un passo fondamentale è quello presente in La possibilità del teatro dove il Nostro ci dà una chiave di lettura, cioè

Distillare dal testo drammatico o plasmare sulla base l’archetipo, cioè il simbolo, il mito, il motivo, l’immagine radicata nella tradizione di una data comunità nazionale, culturale e simili, che abbia mantenuto il valore come una specie di metafora, di modello del destino umano, della situazione dell’uomo.

Questo è quel che bisogna fare e che fa: estrapolare dal testo il suo nucleo archetipico, il cosiddetto “mito“. Il testo quindi rappresenta una possibilità unica per entrare dentro un contesto, quello dal quale nasce, per ricavarne le linee guida fondamentali che non per forza corrispondono all’intenzione dell’autore o del lettore. Quello che sembra dirci Grotowski è che questo avvicinamento alla materia prima, scopo in vista del quale il testo non è che un pretesto, non può che avvenire attraverso un effrazione che, come dice l’autore, ci fa colpire questo archetipo e ci permette di profanarlo (nell’accezione di “blasfemo” che egli è propria; minuto 6) nello scontro tra la lontananza di chi lo osserva (lontananza che è anche di contesto) per carpirne i segreti e l’immedesimazione di chi si avvicina per viverlo su di sé (da attore e da regista).

Jerzy GrotowskiIn Per un teatro povero ci viene detto che «tutti i grandi testi si presentano a noi come un abisso». In questo senso allora il testo deve essere usato come rampa di lancio per raggiungere quella materia magmatica, l’abisso e dialogare personalmente con esso, con quella matrice sconosciuta anche all’autore dello scritto (in quanto un grande testo è sempre un testo vivo cioè ambiguo, non riconducibile all’immediato significato discorsivo). La bravura del regista sta nel porsi questa domanda aperta che è il testo. Questo è quello che fa Grotowski.

Per raggiungere il mito viene operata una forte cesura rispetto all’originale: ogni elemento viene strappato dal suo contesto e ricollocato in un nuovo luogo, azzerando la trama e facendo ruotare tutta la vicenda su capisaldi differenti; la parola non guida più l’andamento drammatico ma dialoga con ciò che avviene fisicamente in scena (in questo senso il testo viene rimodulato per la scena e in scena aprendoci nuovi orizzonti interpretativi); questo fa sì che il pubblico necessiti di una comprensione del testo di partenza per intendere il dialogo, tra autore dell’opera originaria e regista che rimodula la vicenda, che avviene in scena (questo ultimo aspetto caratterizza molto del teatro della seconda metà del ‘900).

Per questo motivo Grotowski, nella locandina de Il principe costante, definisce il suo ruolo come “regia e scenario”, perché la parola viene collocata in uno scenario differente rispetto alle fonti di partenza. Avviene ciò che Mango definisce una “drammaturgia della differenza” cioè qualcosa che «costruisce la sua identità in quanto “identità differente”. Un’identità che è tale proprio perché risiede in parte in se stessa in parte in quell’altro da sé, che del sé attuale è pur sempre parte, che è il modello originale». Il principe costante è di Grotowski solo nella misura in cui si mette in relazione e in dialogo con le scritture a esso precedenti.

Dunque la “differenza” insita in questa riscrittura deve essere colta e ricostruita da noi spettatori attraverso la lettura dei testi precedenti.

Nei prossimi articoli si parlerà dell’importanza del Principe costante per il percorso teatrale di Grotowski attraverso l’analisi della recitazione di Ryszard Cieslak (l’attore che interpreta il principe costante) e di come la riscrittura di quest’opera agisce sulla scena allontanandosi dal testo di Calderòn-Slowacki.

Qui il filmato dello spettacolo teatrale (purtroppo senza sottotitoli).

Bibliografia:

  • Jerzy Grotowski, La possibilità del teatro, in Ludwiik Flaszen, Carla Pollastrelli (a cura di), Il Teatro
  • Laboratorium di Jerzy Grotowski 1959-1969, Pontedera: Fondazione Pontedera teatro, 2001.
    Jerzy Grotowski, Per un teatro povero, Roma: Bulzoni, 1970.
  • Lorenzo Mango, Il principe costante di Calderòn de la Barca-Slowacki per Jerzy Grotowski, Pisa: ETS, 2008.
  • Pedro Calderòn de la Barca, Il principe costante, Camillo Berra, Ermanno Caldera (a cura di), Milano: TEA, 1990.

Stefano Brusco per MIfacciodiCultura

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