Lezioni d’Arte – Tanti autoritratti per Jan Fabre ma un’unica missione: difendere la bellezza

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Jan Fabre, L’Homme qui écrit sûr l’eau, 2006

Si definisce il Cavaliere della disperazione Jan Fabre (Anversa, 1958), guardiano della bellezza, un’anima errante che continua a fuggire con la sua immaginazione ma che parla al cuore degli uomini. È un artista innovatore, coraggioso, radicato nel passato ma solo per prendere la spinta, il lancio per il suo rinnovamento. Trasforma tutto ciò che lo circonda con il suo pensiero, il suo sentire, la sua vigorosa anima. È un mutante, si trasforma e cambia faccia pur rimanendo sempre se stesso. Ogni lavoro per lui significa creare un nuova pelle.

Il senso della sua arte è racchiuso in una nobile missione: difendere la vulnerabilità.

Si definisce un cavaliere di bellezza, come i protagonisti delle favole che amava da bambino, perché ha speranza nella forza dell’arte. Nella vita vuole combattere per una buona causa: proteggere la vulnerabilità della tradizione, della bellezza, dell’intera umanità.  

Non è difficile avvicinarsi all’anima di Jan Fabre. La sua arte non è molto concettuale ma riflette tutte le esperienze autobiografiche, pensieri e situazioni che l’artista ha vissuto sulla pelle. Trasformarle in opere d’arte è un modo per esorcizzare le sue esperienze di vita. Fonte di maggiore ispirazione è stata la sua famiglia, una strana congiunzione di poli opposti: sua madre Helena, praticante cattolica di una famiglia colta e ricca, e suo padre Edmond, comunista dell’ambiente povero. Insieme però hanno formato una famiglia piena di vita e d’amore, che passava molto tempo insieme.

Jan Fabre, Scarabeo stercorario sacro con albero di alloro, 2012

Con il padre andavano nei pomeriggi a disegnare alla casa di Rubens, in città, allo zoo. Da quei ricordi e da quelle sensazioni nasce l’amore per gli animali, fedeli compagni di Jan nel grande viaggio della creatività artistica. Le tartarughe nelle sculture sono le stesse che aveva da ragazzo, che filmava e disegnava, affascinato dal loro aspetto malinconico. Nelle sculture di bronzo le trasforma in eroine che trasportano l’uomo da una sponda all’altra. Gli scarabei sono i guardiani spirituali, la metamorfosi di Jan stesso. La loro corazza, dura, regge la croce.

La metamorfosi da umano ad animale e viceversa è per Fabre fondamentale. Si impersonifica spesso in un verme, un essere piccolo ma che attraverso il suo lavoro, nascosto, permette la presenza delle esistenze altrui rendendo la terra fertile.

Le storie che sono alla base delle sculture e delle istallazioni di Fabre nascono dai racconti che la madre, ogni sera a cena, inventava per lui e i fratelli. Miti a metà tratti dai testi biblici e metà inventati, per celebrare la vita, la potenza dei sogni e delle origini della famiglia. Cristo, infatti, è modello di molti suoi lavori. I simboli cristiani ritornano costantemente come la croce sacra che regge lo scarabeo, i chiodi, l’albero della vita, l’edera, le nuvole.

Tutti gli autoritratti, numerosissimi, che crea Jan Fabre, sono in realtà tante maschere della stessa personalità.  Uno dei tanti modi per rinnegare la morte e per donare in eterno un pezzo di se al mondo.

L’arte è il Padre, la bellezza è il Figlio e la libertà è lo Spirito Santo.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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