“Good Bye, Lenin!”: quel muro è ancora troppo alto

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Ci sono avvenimenti che, oltre ad aver segnato il corso della storia, hanno cambiato decisamente il modo di vedere il mondo. Il 9 novembre 1989 è una data che nessuno può permettersi di dimenticare o non conoscere: crollava il Muro di Berlino, simbolo della Guerra Fredda e massima espressione di un’Europa divisa in due blocchi. Nel corso degli anni, molti registi hanno deciso di raccontare uno degli eventi più significativi del Ventesimo secolo, tra questi spicca il nome di Wolfgang Becker, che ha dato vita a una pellicola innovativa e intensa: Good Bye, Lenin! (2003) è un film che racconta con una percettibile ma allo stesso tempo prudente ironia, le vicende di una famiglia della Germania dell’Est prima e dopo la caduta del Muro.

La sera del 7 ottobre 1989 svariate centinaia di persone si radunarono nel centro di Berlino per sgranchirsi un po’ le gambe. Rivendicavano il diritto di passeggiare senza muri fra i piedi.

È il 1978 quando Christiane (Katrin Sass), madre di famiglia che diverrà fervente sostenitrice del regime socialista, viene interrogata dalla Stasi per avere delucidazioni in merito alla fuga del marito, scappato all’Ovest. Da questo incipit trascorrono undici anni e la donna, dapprima caduta in depressione e poi riavutasi, viene colpita da un altro trauma: durante alcuni tumulti, vede il figlio Alex (Daniel Brühl) chye viene pestato dalla polizia. Colpita da un infarto, entra in coma per poi risvegliarsi otto mesi dopo, ritrovandosi a spalancare gli occhi su un mondo in cui tutto è irrimediabilmente cambiato, il Muro è crollato e uno scenario innovativo è alle porte. I figli sembrano essere pronti ad affrontare la nuova sfida, vivendo attivamente all’interno della nuova realtà, che però non si rivela priva di vicissitudini: Ariane (Maria Simon), ragazza madre, decide di lasciare l’università per lavorare da Burger King, mentre il fratello Alex diventa installatore di parabole satellitari. Interessante è osservare come i due cerchino, con l’aiuto dell’amico aspirante regista Denis (Florian Lukas) di nascondere la verità alla madre, per evitarle un contraccolpo psicologico, arrivando a realizzare appositamente dei credibili telegiornali ad hoc.

Il paese che mia madre lasciò era un paese nel quale aveva creduto e che io ero riuscito a far sopravvivere fino all’ultimo respiro. Un paese che nella realtà non era mai esistito, che per me rimarrà sempre legato alla memoria di mia madre.

Becker è riuscito a realizzare un film dalla grande qualità artistica, un documento storico capace di andare oltre il tempo e i luoghi comuni, restituendo un’immagine chiara del dopo Guerra Fredda con leggerezza e sensibilità. Surreale e grottesco, insolito e teneroGood Bye, Lenin! sembra uno scherzo della realtà, un concentrato di nostalgia che fa sognare e riflettere. La sceneggiatura è coinvolgente, rivelandosi soprattutto imparziale, senza alcuna presa di posizione perché l’importante non è schierarsi da una parte o dall’altra ma lasciarsi cullare dalle emozioni dei protagonisti. Le melodie di Yann Tiersen sono una garanzia, il suono del piano buca lo schermo e si conficca nella carne come una spina. Il brano Summer 78 descrive con delicatezza il rapporto madre-figlio e la drammaticità che è insita nella trama e nelle atmosfere. Le interpretazioni dei protagonisti Daniel Brühl e Katrin Sass sono magistrali, oltre che trainanti, con degli sguardi che non vogliono giudicare ma, al contrario, sono avvolti da una naturalezza quasi inattesa. Good Bye, Lenin! conquista per la sua semplicità, per l’essere equilibrato e per la voglia di raccontare al di là del semplicismo politico.

Il capitalismo muove i suoi primi passi, il comunismo sembra scomparire ma non si rassegna. Wolfgang Becker ci mostra le due facce della medaglia, in una descrizione di due mondi che si osservano senza riuscire a capirsi. La verità suggerita in Good Bye, Lenin! è che, alla fine, i limiti e gli errori sono riscontrabili in entrambe le ideologie, senza che nessuno possa chiamarsi escluso. L’illusione è la colonna portante di questo film e prende vita nell’intento di Alex di far sentire la madre meno sola, ma soprattutto è la protagonista di quel mondo migliore che forse non è mai esistito.

Devo ammetterlo, ormai il gioco mi aveva preso la mano. La Repubblica Democratica che stavo creando per mia madre, assomigliava sempre più a quella che avrei potuto desiderare io.

La messinscena forse non ha funzionato, ma l’amore è stato persino capace di modificare la storia. A Berlino non si pensa più al passato, si guarda avanti. Provo a farlo anch’io, ma davanti a certe notizie, viene voglia di indietreggiare o quantomeno di fermarmi: a Ghouta, in Siria, sotto le bombe cadono i bambini, mentre a Gaza dei cecchini sparano contro i manifestanti palestinesi disarmati. Il populismo dilaga in Europa e nel mondo la paura di accogliere i migranti condiziona una società confusa e allo sbando. È vero, delle volte la verità conviene nasconderla, ma se non vogliamo anche noi limitarci a sognare un mondo migliore, dobbiamo iniziare ad aprire gli occhi e magari alzare lo sguardo al cielo, proprio come fa Alex in Good Bye, Lenin! mentre osserva le ceneri della madre fluttuare nello spazio.

Luigi Affabile per MIfacciodiCultura

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