Quello che non rimane dell’ecosistema e del pianeta Terra

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Addio alla diversità dell’ecosistema e delle specie animali: l’avanzata umana con i suoi consumi spropositati continua ad alterare e degradare l’ambiente. Uragani più frequenti, piogge fuori controllo, innalzamento delle acque oceaniche: l’ultimo rapporto dell’IPCC non lascia proprio spazio all’ottimismo.

…cercavo di classificare la vostra specie. Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga.

Matrix, 1999

Gli scienziati già da anni attribuiscono il 95% dei cambiamenti climatici alle sregolatezze dell’uomo: il pianeta è sommerso da immondizia e scavato fino allo sfinimento.

C’è proprio da andarne orgogliosi. Nell’Oceano Pacifico, fra la California e le Hawaii, galleggia un’isola di plastica vasta tre volte la Francia: 1,6 milioni di km quadrati, 1,8 trilioni di pezzi da 80.000 tonnellate (Scientific Reports). eppure di ripulire non se ne parla, figuriamoci smettere di produrre imballaggi e abbandonare l’utilizzo di petrolio, gasoli, benzine e derivati.

Gli sconvolgimenti climatici imperversano: inondazioni fuori controllo, ma allo stesso tempo anche siccità estrema, ondate di calore, incendi e mancanza di risorse idriche. Problemi attuali che interessano tutte le regioni del mondo: i paesi in via di sviluppo ne sono i più colpiti, le loro popolazioni dipendono fortemente dall’habitat naturale e dispongono di pochissime risorse.

Uccidiamo il pianeta e con esso anche noi stessi. Si registrano incrementi di malattie dovute ad elementi sempre più tossici in aria, acqua e cibo e si stima che nei prossimi 3 decenni il parassita umano si sarà moltiplicato fino ai 9,6 miliardi di individui.

Uno studio pubblicato da Environmental Research Letters, e considerato anche nel documento Who Unfccc Climate and health country profile for Italy, pensa al caso in cui gli obiettivi di riduzione dei gas serra venissero mancati in maniera clamorosa. Tale ipotesi (doc. RCP8.5) prevede, entro il 2050-2100 un aumento della temperatura tra i 2,6 e i 4,8 gradi centigradi dalla media del periodo tra il 1850 e il 1900, con conseguenze più che preoccupanti (Oms e Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, Fondazione Cmcc – Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici).

Evento non così tanto remoto dunque. La stagione invernale sempre più corta e calda, tra i numerosi effetti, ha innescato un’attività più lunga delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più l’anno e ciò comporta stress aggiuntivo per gli impollinatori, compromettendo salute e covate. A causa della siccità, inoltre, i fiori non secernono più nettare e polline, le api non producono miele e non impollinano fiori e piante. Se sembra una cosa da poco, attenzione perché è da loro che dipende oltre il 70% della produzione agricola per la nostra alimentazione. I ricercatori dell’Università di Milano hanno proprio dedicato uno studio sulle api e la  produzione di miele, che in meno di un secolo potrebbe sparire. Il ministero delle Politiche Agricole ha avviato il progetto BeeNet, rete nazionale di monitoraggio degli alveari. 

La maggior parte di noi vive nella convinzione che il singolo nulla possa contro le grandi multinazionali dai poteri forti. Al contrario, le nostre scelte possono fare la differenza.

In Tailandia, il tasso di abbattimento delle mangrovie è tra i più alti di deforestazione al mondo, tra le principali cause vi è l’allevamento di gamberetti. In Indonesia, Malesia, Amazzonia e nel Cerrado si deforesta per l’olio di palma, il caffè e la soia. Questi stessi luoghi sarebbero gli habitat naturali di oranghi, elefanti, rinoceronti e tigri.

Cosa si può fare? Raccolta differenziata, rispetto di animali e piante. Ridurre il consumo di acqua ed emissioni di gas serra, anche tramite un calo dei consumi di carne e derivati animali nella dieta, degli sprechi alimentari, dei fertilizzanti (azoto e fosforo) e degli inquinanti (dai pesticidi agli antibiotici).

La FAO stima che il fabbisogno alimentare per il 2050 richieda un aumento nella produzione agricola del 70%. Non solo non è chiaro dove e come si potrà far fronte ad un quantitativo simile, ma ad oggi si spreca oltre un terzo del cibo prodotto, di cui l’80% sarebbe ancora consumabile (e nota bene: in alcune parti del mondo si muore di fame, oltre 1 miliardo di persone attualmente denutrite). Ciò che buttiamo sfamerebbe oltre 2 miliardi di persone: un’assurdità che si collega anche all’aumento di produzione di rifiuti. Congiuntamente vengono consumati anche la terra, l’acqua, i fertilizzanti. Innumerevoli le emissioni di gas serra necessari per la produzione: per ogni kg di cibo si emettono in media 4,5 kg di CO2: ne consegue che le 89 milioni di tonnellate di cibo sprecate in Europa producono 170 milioni di tonnellate di CO2 l’anno.

Le terre destinate alla produzione alimentare risentono della mancanza di un’efficiente distribuzione idrica e della salinizzazione del terreno, l’urbanizzazione lascia spazio solo al cemento (in Italia 500 km quadrati di suolo coltivabile in meno all’anno). I cereali sono già scarsi, le colture più vulnerabili a parassiti e funghi, si perdono le varietà di piante e prodotti tipici e i cambiamenti climatici influiscono anche sul valore nutrizionale di cereali e foraggi, in quanto il terreno è sempre più impoverito.

Cosa significa tutto ciò? Non solo la distruzione dell’ecosistema, ma anche che a breve si combatterà con armi sofisticate per cibo e acqua.

Lo studio Volcanic suppression of Nile summer flooding triggers revolt and constrains interstate conflict in ancient Egypt (su Nature Communications) unisce paleoclimatologia ed analisi storica, collegando lo stress ambientale ad economia e politica nell’Antico Egitto, nello specifico, delle grandi eruzioni vulcaniche hanno influenzato il flusso del fiume Nilo, riducendo sensibilmente il livello delle inondazioni estive, essenziali per l’agricoltura. I fattori ambientali hanno quindi agito da innesco per le rivolte e sembrano tra i motivi cardine che hanno costretto i tolemaici a muovere guerra. Tutto questo purtroppo si ripropone nella storia contemporanea, con la corsa all’accaparramento di grandi estensioni di terra, soprattutto in Africa (land grabbing), e lo sfruttamento massiccio delle risorse.

Solo chi avrà terra e acqua potrà garantirsi la produzione di cibo, sempre se sarà ancora possibile coltivarlo e mangiarlo.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

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