L’eredità de “Il piccolo principe”: ricordarsi che tutti siamo stati bambini

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A. de Saint-Exupéry

Per una volta si inizia dalla fine. I classici, quando parlano, parlano attraverso il loro incipit e il loro epilogo, e questo è il caso dell’opera di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe. In fondo, è a lui che dobbiamo quest’eredità: se tutti gli adulti sono stati bambini, soltanto pochi di essi se ne ricordano. Questa è una verità che lascia spazio ad un’ampia riflessione e ad un ampio immaginario, e a colmarlo ci ha pensato proprio il bambino dai capelli dorati, che ora si aggira per il deserto, con tutta la curiosità che lo contraddistingue. Nelle frasi conclusive del testo, qui citate, troviamo il motivo per cui una figura come quella del Piccolo Principe in effetti sia così affascinante: sa cambiare la prospettiva delle cose, sa individuarne una propria, sa conferire un significato importante anche a qualcosa che sembra appunto irrilevante. Per questo bambino vissuto nella fantasia di Saint-Exupéry, e nel cuore dei suoi lettori, la voglia di esplorare è tutto, perché è in essa che si trova la chiave della vita, la differenza per cui si può ottenere soddisfazione e felicità. A volte il Piccolo Principe è razionale in quello che fa, a volte segue solo l’istinto, eppure è sempre in ricerca, non si stanca mai.

Per voi che pure volete bene al piccolo principe, come per me, tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, si o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia… Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Il Piccolo Principe arrossisce al posto che rispondere alle domande che gli vengono poste. Quando arrossisce, infatti, è in imbarazzo, perché probabilmente dovrebbe rispondere a qualcosa che non vuole. Anche l’autore arrossiva, se si trovava in una situazione di lieve disagio, e questo piccolo particolare è testimonianza dell’autobiografia dell’opera, del fatto che raccontando la storia del bambino dai capelli dorati e del Narratore che gli parla, Antoine de Saint-Exupéry racconta un po’ anche la sua, di storia. Oltre che essere un grande appassionato di storie, egli era un famoso aviatore, infatti aveva ottenuto il brevetto di pilota civile e militare nel 1921. Ricoprì diversi incarichi, anche prestigiosi, in svariate compagnie aeree e aeronautiche, e subì incidenti non indifferenti. Peccato che, alla fine, fu proprio il volo ciò che gli rovinò la vita, dato che il 31 luglio 1944 di lui si persero per sempre le tracce, mentre stava intraprendendo una missione. Era passato poco più di anno dalla pubblicazione de Il piccolo principe, il 6 aprile 1943.

Piccolo Principe, il film

Verosimilmente, la storia del bambino aggrappato alla sua stella ricorda quella dell’aviatore: se il Piccolo Principe «cadde dolcemente come cade un albero», senza fare «neppure rumore sulla sabbia», così il corpo dell’autore non si trovò mai più. Invece il Narratore nell’opera è convinto che un giorno quel bambino è tornato sul suo pianeta, perché sulla terra le sue tracce non si sono trovate. Così sarebbe bello pensare che Saint-Exupéry in fondo vive in lui, e che se dall’universo dell’immaginazione è venuto, così a esso si ricongiunge.

Vi proponiamo un estratto dal film del 2015 per la regia di Mark Osborne:

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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