Via dal programma scolastico gli autori che offendono le donne: la richiesta provocatoria delle femministe spagnole

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Uno dei dibattiti odierni più diffusi è senza dubbio quello che vede contrapporsi i sostenitori della libera espressione al gruppo che caldeggia una feroce censura costituito per lo più da perbenisti e moralisti. Questa guerra si svolge principalmente sui social network, che a poco a poco sono diventati delle vere e proprie armi di diffusione di massa e attraverso i quali è sempre più facile imbattersi in opinioni ben distanti tra di loro. Inutile dire che si tratta di una battaglia contro i mulini a vento, poiché la libertà di espressione e di opinione nella società odierna, e nella nostra area geografica, è a tutti gli effetti una realtà che difficilmente potrà essere imbrigliata.

Ma cosa succede quando una determinata categoria di persone si sente offesa non tanto da opinioni sull’attualità che vengono espresse sul web, quanto da descrizioni di società passate o inventate ad hoc all’interno di romanzi o poesie?

È il caso di alcuni movimenti femministi spagnoli che, ritenendo offensivi e maschilisti i contenuti di alcune opere letterarie, vorrebbero che venisse rivalutato l’intero programma scolastico relativo all’insegnamento della letteratura e che alcuni autori venissero scartati. Non si tratta dunque di una lotta contro opinioni attuali, bensì viene manifestata la fredda volontà di condannare all’oblio determinate opere o autori che, pur rappresentando epoche e società storiche fondamentali per l’apprendimento scolastico, meritano la censura perché ritenuti offensivi per la figura femminile.

L’intento di fondo è ammirevole nella misura in cui in molte opere letterarie la figura femminile è sempre dipinta attraverso tristi stereotipi e raramente le viene resa giustizia. Non si può però non notare che il valore dell’emancipazione femminile deriva anche e soprattutto dalla realtà repressiva e maschilista del passato: la preminenza che la donna acquista ogni giorno di più le rende ancora più onore proprio per via della sottomissione a cui è stata, purtroppo, assoggettata tempo addietro. Non potremmo, insomma, vantarci delle nostre conquiste se non ci fosse stata la reale necessità di avanzare e progredire in quanto donne. Riservare all’oblio opere letterarie che dipingono e descrivono personaggi femminili repressi, assoggettati, sottomessi e in alcuni casi anche sfruttati, significherebbe voler chiudere gli occhi dinnanzi al passato e cancellare così tutto il prestigio delle conquiste presenti. Non bisogna dimenticare, inoltre, che se si potesse applicare questa censura a tutte le opere letterarie apparentemente offensive per qualsivoglia categoria, al giorno d’oggi non ci rimarrebbero che i fumetti di Topolino. Ne deriverebbe un relativo ravvedimento anche dell’insegnamento storico per ovvi motivi e si creerebbe un clima di finto perbenismo che porterebbe infine all’ignoranza. Leggere e studiare determinare autori serve proprio a non dimenticare o a conoscere il passato per far sì che determinate ingiustizie non si ripetano.

Il confine tra politically correct ed estremismo, in questo caso, risulta essere davvero molto labile: si può parlare di politically correct quando c’è assenza di pregiudizio e nel caso sopra esposto pare proprio che il pregiudizio, invece, abbia permeato la volontà di chi, volendo sostenere pienamente i diritti delle donne, ritiene che sia necessario cancellare un pezzo di cultura e di storia.

Lucia Giannini per MIfacciodiCultura

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