Dagli anni ’60 ad oggi: quel che rimane del sogno di Martin Luther King

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Sono i primi anni Sessanta e siamo negli Stati Uniti d’America. È l’America del boom economico, di Marylin e del Vietnam. Sono gli anni dei democratici e della “Nuova Frontiera” di Kennedy. Ma è anche l’America del razzismo e della segregazione: i bagni distinti, i posti sui mezzi pubblici, le balconate a teatro. Nella patria del progresso e della libertà tutto era o bianco o nero. Nel 1955 una sarta di colore di nome Rosa Parks, di ritorno dal lavoro, si era rifiutata di cedere il suo posto sull’autobus ad un bianco. Il gesto le costò l’arresto immediato e l’incarcerazione. L’episodio scatenò violente proteste, ma servì anche da ispirazione per una delle figure mito della lotta per i diritti civili di tutto il Novecento: il pastore attivista politico Martin Luther King.

Ci troviamo oggi alle soglie di una nuova frontiera, la frontiera degli anni Sessanta, una frontiera di sconosciute opportunità e pericoli, una frontiera di speranze inappagate e minacce.

J. F. Kennedy

Una statua di M. L. King al Martin Luther King Jr. Memorial di Washington D.C.

Nato il 15 gennaio 1929 ad Atlanta, nel profondo Sud conservatore e razzista, di famiglia protestante battista e ispirato dalla filosofia di Ghandi della non violenza, Luther King propose e promosse un tipo di protesta radicalmente diverso, preferendo alla violenza la resistenza civile e il boicottaggio. Iniziò così la sua pacifica lotta per i diritti dei neri d’America che lo rese fin da subito un’icona per le comunità afroamericane sparse per gli States. La sua marcia per la dignità della popolazione nera continuò tra le minacce e le intimidazioni, sotto gli sguardi della comunità internazionale.

La fama del pastore di Atlanta esplose nei primi anni sessanta. Luther King organizzò una manifestazione dalle dimensioni straordinarie: al Lincoln Memorial di Washington il 28 agosto 1963 si riunirono centinaia di migliaia di persone per gridare all’America e al mondo il loro disperato bisogno di ascolto e cambiamento. La marcia contro il razzismo diventò lo scenario in cui il leader nero pronunciò il suo discorso più famoso, meritatamente passato alla storia come I have a dream.

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!

Il grande sogno di Martin era il grande sogno di tutta l’America nera: uguali diritti per tutti, stesse scuole, stessi spazi, stessa dignità. Un sogno a cui Luther King dedicò la vita intera, un sogno tragicamente interrotto a Memphis, Tennessee, una notte di aprile del 1968.

M. Luther King, 28 agosto 1963, Lincoln Memorial, Washington

Oggi, a cinquant’anni di distanza dalla sua morte, il “Dottor King” viene ricordato e celebrato come un martire e come un eroe americano, soprattutto afroamericano. Commemorato nelle scuole ed annualmente onorato con festività nazionali, il profeta del Sud ricorda al mondo quanto ancora lunga sia la strada verso la parità dei diritti e la piena tolleranza della diversità. Quella lotta iniziata sugli autobus americani mezzo secolo fa ha continuamente bisogno di essere rinnovata, resa attuale e contemporanea, non perché i diritti e le conquiste civili ci rendano tutti uguali, ma affinché le disuguaglianze possano sopravvivere e convivere armoniosamente in società aperte e libere da schemi ed ignoranza. In un’epoca in cui la xenofobia avanza prepotente scavalcano i confini del mondo definito democratico, in un tempo in cui le società occidentali, sentendosi soffocare dal fenomeno migratorio, si aggrappano ai populismi nazionalisti razzisti e di estrema destra, nutrire speranze e sognare in grande potrebbe rappresentare l’alternativa: un’arma rivoluzionaria per risvegliare le coscienze intorpidite di un mondo sempre meno umano.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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