Natale Addamiano: al Chiostro del Bramante la storia di un poeta che dipinge la sua terra

0 1.388

Al Chiostro del Bramante, fino al 2 maggio, sarà possibile visitare la mostra Addamiano. Una pittura che racconta la luce. Questo evento, che si presenta in una circostanza di eccezionale contemporaneità con la mostra su William Turner, rappresenterà l’occasione di conoscere, per chi ancora non ne avesse avuto l’opportunità, la poetica del maestro pugliese.

AddamianoNatale Addamiano, nato a Bitetto nel maggio del 1942, dopo essersi diplomato presso l’Accademia di Brera nel ’71, alla sua intensa produzione artistica affiancò, qualche anno più tardi, la passione per l’insegnamento.

Il percorso della mostra, che si articola in 26 opere, si snoda affrontando due diverse tematiche: i cieli e le gravine. L’impatto è immediato e suggestivo, ma si nota sin da subito che questi temi non sono altro che un pretesto, un mezzo narrativo per raccontare un pezzo di sé e della propria terra. Per Addamiano le origini e le radici, infatti, sono un tema fondamentale e né il suo trasferimento a Milano né la sua attività di artista l’hanno mai allontanato da queste. Anzi, proprio il legame con la sua terra e i suoi affetti costituiscono per l’artista una fonte di ispirazione, che s’incrocia con una voglia di raccontare l’arte in un libero fluire espressivo.

Nell’intervista, gentilmente concessaci dal maestro nel giorno della presentazione dell’esposizione, abbiamo posto alcune domande sul suo lavoro.

Maestro perché proprio le stelle?

Mappa delle stelle – 2013, olio su tela

Le stelle e il cielo sono un elemento apparentemente in contrasto con il territorio della mia terra. Io sono pugliese e ho vissuto la mia giovinezza nei paesaggi carsici delle Murge. Un territorio a volte aspro che, di notte sotto le stelle, assume un connotato diverso.

Qual è la sua fonte di ispirazione quando dipinge?

Quando dipingo entro nel mio studio di Milano e ascolto la musica, ascolto Bach magari, e allora mi lascio guidare in quel modo dall’armonia delle sue note.

Maestro, ho notato che se si osservano con attenzione i cieli stellati, si possono scorgere dei nomi al loro interno.

(Il maestro sorride) Sì, ci sono delle circostanze che mi fanno pensare ai miei affetti, alle persone che non ci sono più, ad esempio i miei genitori, e allora imprimerli nella tela è un modo per ricordarli, per salutarli.

E i ricordi ritornano, in una sfera intima e personale, nelle immagini legate ai luoghi di sempre. Così le gravine, per l’appunto, sono una vera e propria celebrazione delle sue terre di infanzia, ma anche del colore e della luce, uno studio attento sulle tonalità e le temperature, capaci di indicare con una astratta-esattezza, la percezione del dove e quando, nel tratto ora leggero, ora più marcato. Si evince dalle parole del maestro un senso profondo di rispetto per l’artista che “fatica”, che trova nello studio della natura, della luce, dei corpi, la misura per confrontarsi con il mondo e renderlo sempre presente a se stesso.

Ai miei alunni per trent’anni ho tentato di insegnare l’importanza della pittura en plein air, dello studio della natura, in mezzo alla natura. Molti ricordano i pittori illustri come Van Gogh per i suoi eccessi, ma la verità è che il suo genio stava nello studio dei colori e della luce. Quando dipingo sono molto attento a raccontare e indagare le ombre, con le tonalità del viola, e poi la terra e le rocce dove batte il sole. Mi piace cercare una differenza rappresentativa, non sono mai uguale a me stesso in tutta l’opera, cerco una diversità continua.

E la gravina con le sue incisioni erosive, scavate dalle acque, i sedimenti della roccia calcarea, le pareti ripide, quasi verticali, è la fotografia perfetta di un mondo mai perduto e custodito nel cuore del maestro. Le sue pennellate e il suo stile, che ricorda non da lontano la dimensione di Turner, si carica di verità nelle parole di Matteo Galbiati, curatore della mostra, per il quale il maestro pugliese «…non cerca la descrizione impersonale del vero, non si interessa al contenuto, piuttosto cerca assiduamente, con spirito ancora nobilmente pionieristico…differenti codici espressivi e linguistici…per accedere a quei fenomeni altri che stanno sotto la superficie delle cose».

La gravina (tramonto) – 2010, olio su tela

La mostra Addamiano, una pittura che racconta la luce è un percorso intimo e commovente. Una timbrica espressiva capace di carpire la luce e metterla in mostra, non solo attraverso dei bellissimi cieli stellati, che proiettano la mente in una dimensione di perdizione onirica, ma anche attraverso le gravine, così vuote e piene, ricche di colori e toni, ma attraverso le quali superare i limiti della rappresentazione fisica, aprendo lo spazio per un trascendentalità dello spirito.

La delicatezza poetica di Addamiano ci proietta, infatti, in un tempo indefinito, costruendo attorno a noi uno spazio di contemplazione, che suggerisce quella necessaria relazione col mondo, ricordandoci sovente quanto infinitesima sia la nostra presenza qui e adesso, rispetto all’immensità di un disegno superiore che non riusciamo pienamente a comprendere, piuttosto solo a percepire.

Addamiano. Una pittura che racconta la luce
A cura di Matteo Galbiati
Chiostro del Bramante, Roma
Dal 29 marzo al 2 maggio 2018

Stefano Mauro per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.