Marina Abramović: la rivoluzione si fa abbattendo le barriere

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Marina Abramović (Belgrado, 1946), “nonna della performance art”, come lei stessa si definisce, a settant’anni passati continua a stupire. Nel 2020, infatti, dovrebbe finalmente vedere la luce un ambizioso progetto che l’artista porta nel cuore dagli anni Settanta. Si tratta di Seven Deaths, che si sarebbe già dovuto realizzare nel 2014, ma che si è arenato principalmente per questioni di budget. Il progetto, in larga parte ispirato alla soprano Maria Callas, sarebbe dovuto consistere nella messa in scena cinematografica di sette episodi, ognuno dedicato alla protagonista di un‘opera lirica, morta tragicamente e per amore. Ogni episodio sarebbe stato diretto da un regista diverso, tra cui figuravano Alejandro González Iñárritu e Roman Polanski, che, in un secondo momento, hanno invece rinunciato alla loro partecipazione, contribuendo così al fallimento del progetto.

Rhythm 0

Tuttavia, l’Abramović ha ora trovato una soluzione per realizzare questo progetto, al quale tiene particolarmente: fra due anni, all’Opera House di Monaco, Seven Deaths verrà messa in scena come performance teatrale. Regia ed interpretazione saranno affidate alla stessa creatrice mentre i costumi di scena verranno realizzati dall’italiano Riccardo Tisci. Le premesse per un’ottima riuscita ci sono tutte e, d’altro canto, Marina Abramović non ha mai deluso. Anzi, molte delle sue performance sono passate alla storia. Non resta che aspettare di vedere come l’artista riuscirà a reincarnarsi in sette donne che, come lei, hanno consacrato la loro vita  e la loro morte alla passione:

I will re-enact seven operatic deaths. I will die seven times.

Ma chi è questa artista così controversa e provocatrice? A cosa è dovuta la sua fama mondiale?

Rhythm 0

Una delle sue prime performance è stata Rhythm 0, eseguita nel 1974 a Napoli, presso la Galleria Studio Morra. Per sei ore, la donna ha messo a disposizione del suo pubblico settantadue oggetti “di piacere” e “di dolore” (fra cui figuravano armi, coltelli, catene, fruste e molti altri ancora), e soprattutto il suo corpo. Gli spettatori avrebbero dovuto utilizzare tali utensili come meglio credevano: l’artista ha infatti dichiarato che avrebbero potuto paradossalmete anche ucciderla, ma che ogni responsabilità sarebbe stata sua.

Per le prime tre ore i partecipanti sono apparsi intimoriti e restii ad agire liberamente sul corpo della donna, tentando soltanto qualche timido approccio. Dalla quarta ora in poi, invece, si è osservato un drastico cambiamento nel comportamento dei presenti; prendendo confidenza con la situazione e quindi con il corpo della Abramović, gli spettatori hanno iniziato ad utilizzare gli oggetti messi a disposizione, tra cui, in particolare, alcune lamette. Con queste, le hanno prima stracciato i vestiti, arrivando poi sino alla pelle, facendole  dei tagli dai quali  le hanno anche succhiato il sangue. L’artista non rispondeva. Non si difendeva, rimanendo fedele al proposito iniziale di totale abbandono della volontà. La situazione è degenerata a tal punto che il pubblico si è reso conto che vi era un rischio reale di violenza sessuale – in parte pure già accennata -, per questo le si è creato intorno un gruppo di protezione. L’esperimento dell’artista è terminato tra l’agitazione generale, quando le è stata messa tra le mani un’arma carica, posizionando il suo dito sul grilletto.

Rhythm 0

Uno degli obiettivi dell’artista era quello di abbandonare, attraverso la performance, le paure relative al suo corpo. Ma questa  esibizione racchiudeva in sé molti altri spunti di riflessione, diventando emblema della forza rivoluzionaria e della profondità speculativa che l’arte dell’Abramović  porta con sé.

Innanzitutto, ciò che emerge è che artista e opera sono tutt’uno. Di analisi filosofico-artistiche sul rapporto che intercorre tra autore, prodotto e fruitore, ve ne sono innumerevoli. Ma come interpretare il corpo che si fa opera? Di più, è la “persona” stessa dell’autore, che diventa arte. Con questa performance l’artista ha annullato definitivamente le distanze fra sé e la sua creazione. Ma non solo: sono venute completamente meno le barriere che distanziano l’opera dal pubblico.

Cos’è una buona opera d’arte? È qualcosa che possiede quell’energia che ti mette in sintonia con quanto sta accadendo alle tue spalle…

The artist is present

Gli spettatori qui sono parte attiva ed integrante della performance. Senza la loro presenza l’esibizione non avrebbe potuto esserci: anche un’eventuale non interazione del pubblico con il corpo dell’ Abramović sarebbe comunque stata una forma di partecipazione necessaria per gli sviluppi dell’esibizione. Molti teorici e artisti ritengono che un distanziamento fra le due parti sia necessario per garantire la stessa esistenza dell’opera: ad esempio Simmel, studioso e semiologo delle immagini, sottolineava che «l’essenza dell’opera d’ arte è quella di essere una totalità per se stessa, non bisognosa di alcuna relazione con l’esterno».

La performance dell’Abramović  ha rotto  invece i canonici confini tra mondo dell’Arte e mondo della Realtà, facendo diventare l’oggetto artistico una “cosa fra cose”. Il corpo dell’artista si fa opera insieme ad utensili quotidiani, allo spazio e al tempo in cui l’esibizione si svolge. L’Abramović è riuscita a fondere l’ambito dell’arte con quello della vita, mostrando quanto quest’ultima sia l’unica opera possibile.

Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

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