Il conte di Lautréamont: quando la poesia si fa maledetta

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Isidore Lucien Ducasse, noto con lo pseudonimo di conte di Lautréamont, nacque a Montevideo (in Uruguay) il 4 aprile 1846, poiché suo padre era un funzionario dell’ambasciata francese. Infatti a studiare si trasferì in Francia, prima a Tarbes, poi a Pau e definitivamente a Parigi. Il ragazzo sviluppò presto la passione per la poesia e infatti scrisse sei canti alla fine degli anni Sessanta, che però non furono pubblicati. Morì a soli ventiquattro anni, proprio il 24 novembre 1870. Non si conobbero mai le vicende esatte sulla sua scomparsa: si ipotizzarono il suicidio, data la sua giovane età e data la propensione per il gusto macabro e per la violenza, e la tubercolosi.

Canti di Maldoror sono l’opera che Lautréamont scrisse ma che non fu mai edita quando egli era in vita. L’editore, Lacroix, si rifiutò di dare alle stampe il testo a causa della sua eccessiva violenza espressiva e infatti il successo dell’opera fu postumo, quando per la prima volta un editore belga nel 1874 acquistò i diritti dei Canti per pubblicarli.

Voglia il cielo che il lettore, imbaldanzito e diventato momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo, trovi, senza disorientarsi, la sua via dirupata e selvatica attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine oscure e venefiche; infatti, a meno a meno che non ponga nella lettura una logica rigorosa e una tensione dello spirito pari almeno alla sua diffidenza, le micidiali esalazioni di questo libro gli imbeveranno l’anima, come l’acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; solo pochi potranno assaporare questo frutto amaro senza rischio.

Difficile immaginare cosa pensasse veramente Lautréamont: la sua mente appare intricata, oscura, enigmatica. Ha sete di conoscenza, ha sete di scoperta, come ogni poeta, e lo affascina quanto di più maledetto esista, il male, la morte, il pericolo. Non casualmente, per il suo carattere ambiguo e per la passione dei toni cruenti e altrettanto visionari, per il potersi esprimere liberamente e senza alcuno scrupolo, il conte verrà considerato dai poeti surrealisti loro precursore. Il protagonista dei Canti di Maldoor, infatti, è il simbolo della vincita dell’immaginazione e dell’inconscio sulla realtà e sul controllo. Questo personaggio ribelle ed enigmatico si trova in un mondo di malvagità, di miseria e di perenne cambiamento, che può lasciare perplesso il lettore. Non casualmente anche il nome stesso, Maldoor, è soggetto a differenti interpretazioni, tra cui quella di mal d’aurora.

Tuttavia, dal momento in cui gli editori non pubblicarono i suoi primi componimenti, Lautréamont decise di mutare stile di scrittura quando scrisse le due raccolte di Poésies, abbandonando un linguaggio eccessivo e portatore di messaggi crudeli, che parlavano di orrore e di morte. Optò piuttosto per l’ironia, la speranza e la disperazione, rendendo meno oscura la sua poesia.

Cercavo un’anima che mi somigliasse e non riuscivo a trovarla. Frugavo ogni angolo della terra; la mia perseveranza era inutile. Eppure non potevo rimanere solo. Occorreva qualcuno che approvasse il mio carattere; occorreva qualcuno che avesse le mie stesse idee.

Dunque, anima maledetta e tormentata quella del giovane Isidore Lucien Ducasse, mai riappacificata né con la poesia né con la sua stessa vita, a meno che quell’odio, quella violenza e quel suo sentirsi incompreso per lui fosse veramente espressione di quello che era, almeno in pace con una piccola parte oscura e profonda di sé.

Ma la sua inquietudine e soprattutto il mistero della sua breve vita ispirò chi venne dopo di lui: l’opera di Man Ray L’enigma di Isidore Ducasse è un omaggio all’aforisma «Bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio», enigmatico per l’eternità come il suo autore.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. roberto dice

    interessante. Però, per una che frequenta lettere, non si capiscono certi errori grossolani. Poichè ….infatti,,,non stanno insieme. vincita non è pertinente il termine è vittoria. La frase :”a meno che quell’odio, quella violenza e quel suo sentirsi incompreso per lui fosse veramente espressione di quello che era, almeno in pace con una piccola parte oscura e profonda di sé”.: E’ contraddittoria,: se è veramente l’espressione di quello che era, allora non si tratta di piccola parte oscura….. Bisogna studiare. la cultura non ci fa star bene, ci forma: è diverso. auguri per le aspirazioni, ma che non siano velleità.

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