“Il principe costante” di Grotowski tra lo spagnolo Calderòn e il polacco Slowacki

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Con questo articolo apriamo un focus, che durerà diversi articoli, su un’opera teatrale fondamentale nella vita di Jerzy Grotowski: Il principe costante. Qui ci preoccupiamo di mostrare da una parte l’opera originaria scritta da Pedro Calderón de la Barca e il contesto dal quale emerge, dall’altra la traduzione eseguita dal poeta polacco Juliusz Slowacki, ovvero quella scelta da Grotowski, e la ricezione e modificazione di temi che ha subito.

Pedro Calderón de la Barca
Pedro Calderón de la Barca

Calderòn de la Barca fu un importantissimo drammaturgo spagnolo del XXVII secolo, considerato l’ultima grande stella del Siglo de oro della Spagna. Questo periodo va dal ‘500 a tutto il ‘600 e vede la penisola iberica eccellere in molteplici aspetti, da quello militare a quello culturale, raggiungendo un apice di ricchezza mai più riscontrato in tutta la storia successiva. Da poco infatti erano stati cacciati i Mori da questi territori guadagnando, dall’altro lato, lo spazio all’interno della letteratura nei racconti cavallereschi nella cosiddetta novella morisca. In una dimensione come questa, la virtù dell’onore viene ad assumere un ruolo sempre più importante, diventando esemplificazione di una società guerriera votata all’ordine e alla disciplina; disciplina che vede come caposaldo la religione cattolica, di cui la Spagna si fa portatrice in maniera intransigente dopo essere diventata una delle maggiori potenze mondiali. Questo contesto si riflette nella letteratura che si arricchisce incredibilmente facendosi molto prolifica anche grazie all’aggiunta del tema amoroso. Questo elemento fa da coronamento a una fiducia e ad una volontà di sacrificio del cavaliere nei confronti, solitamente con l’onore, del proprio signore ma ora, parallelamente ad esso, della propria amata. Si trovano così a collidere nei drammi queste spinte, poste in essere sapientemente dagli autori in contrapposizione.

Così è anche quello che fa Calderòn ma in maniera estremamente più particolareggiata rispetto ai suoi predecessori. Il principe costante, scritto nel 1629, trae ispirazione dalla vicenda storica di Don Fernando, figlio del re del Portogallo, che mandato a liberare la città di Ceuta dall’assedio dei mori, viene catturato dagli assedianti per scambiare la sua liberazione con la cessione della città. Questo accordo però non si realizzerà mai per la sconvenienza del cedere una città per un solo uomo, anche se di sangue reale, e il principe morirà poco tempo dopo da prigioniero. Tutto questo verrà trasposto da Calderòn in una volontà dello stesso Fernando al sacrificio di un uomo, se stesso, in virtù dei tanti. Parallelo a questo filone narrativo vi è anche l’amore contrastato tra Fenice, figlia di un re moro e promessa sposa, e Muley, uno dei più valorosi soldati del re. Muley viene catturato e poi liberato da Fernando, una volta scoperto lo sventurato amore del giovane, prima di essere a sua volta catturato. A quel punto l’onore di Muley è conteso tra il salvare il principe che ha creduto nel suo amore e il non tradire la propria patria, che però rende impossibile il congiungersi con Fenice. Sceglierà la prima ma Fernando non accetterà la proposta per fervente spirito di sacrificio e per imitazione della figura di Cristo.

Ecco subito apparire tutti i temi caratteristici del Siglo de oro spagnolo connessi l’uno all’altro da una maestria unica nell’uso della parola e nel tratteggiamento dell’intreccio. Dopo la tortura e la morte di Fernando da una parte e la cattura di Fenice dall’altra, l’opera finirà con lo scambio delle spoglie del principe con la ragazza mora e il coronamento del sogno di amore tra lei e Muley. L’opera quindi finisce senza una conquista definitiva di un esercito sull’altro, di una fede sull’altra, come se Fernando, attraverso il proprio sacrificio e la propria espiazione abbia garantito, in una congiunzione senza tempo e senza spazio, quella salvezza e quella grazia concesse solo dalla morte in croce di Cristo.

Juliusz Slowacki

Ma ora è il caso di spostarsi di luogo e di epoca al poeta polacco Juliusz Slowacki (1809-1849). Egli si inscrive perfettamente all’interno del periodo romantico che portò la Polonia a una rinascita culturale e artistica incredibile. Tipico del Romanticismo, e anche della poetica di Slovacki, è la spinta patriottica e il sacrificio del singolo in nome di un ideale più alto, morale e nazionale. Ed è proprio questo elemento che fa innamorare questo poeta de Il principe costante di Calderòn al punto da imparare lo spagnolo con l’unico scopo di poter tradurre e rendere disponibile alla madrepatria quel testo. La traduzione di Slovacki è accurata e fedele all’originale ma il peso delle motivazioni che stanno dietro al gesto del principe assumono nuova veste e nuova forma: ciò che viene sottolineato è l’ardore di Fernando nel mettere al primo posto la patria rispetto al proprio personale volere. Viene alla luce quindi grazie alla stessa opera due contesti e due culture molto differenti: la prima quella della Spagna del Siglo de oro dominata dal poeta-drammaturgo Calderòn, la seconda quella della Polonia del Romanticismo segnata dall’opera del poeta Slovacki. Tutto questo lo riuscirà a fondere Grotowski all’interno della sua versione teatrale, sostenendo di riuscire a rifarsi al nucleo più intimo e vero dell’opera originaria che unisce in sé le due (tre con quella del regista) epoche differenti in una lettura fuori dal tempo ambientata in uno spazio fuori dallo spazio.

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Bibliografia:

Pedro Calderòn de la Barca, Il principe costante, Camillo Berra, Ermanno Caldera (a cura di), Milano: TEA, 1990.

Lorenzo Mango, Il principe costante di Calderòn de la Barca-Slovacki per Grotowski, Pisa: ETS, 2008.

Stefano Brusco per MIfacciodicultura

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