Il Fattore (troppo?) Umano del filosofo-spia, Graham Greene

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Graham Greene

Non so bene perché, per parlare di Graham Greene ho effettuato preliminarmente una girovagata per la selva oscura di ciò di cui, quando sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, non mi importa praticamente nulla, ossia le recensioni dei lettori. In particolare, ho dato una scorsa alle opinioni su Il fattore umano e non mi ha stupito constatare che mediamente oggidì il libro non piace, non ha ritmo, ha personaggi non perfettamente riusciti, stando almeno al lettore medio. Il lettore medio, peraltro, confonde nel caso di Greene il Foreign Office con l’MI6.
Naturalmente, il lettore medio è un’astrazione, per cui la sua opinione è un’astrazione al quadrato: se è vero che il limite di qualsiasi critica professionale è l’opinione individuale e pertanto non ha alcun valore concreto, quantomeno possiamo attenderci che il “critico” abbia strumenti di giudizio quantitativamente più rilevanti (ossia, che quando sentenzia che Le Carré ha più ritmo di Greene, abbia letto più di un libro di entrambi gli autori).
Abituati a sederci dalla parte del torto, noi però proviamo un sottile piacere venato di elitarismo nel constatare che Greene non è apprezzato veementemente dalla massa, cosicché possiamo porci gioiosamente in opposizione, ed affermare che de Il fattore umano basterebbe il titolo a giustificare l’ingresso nell’Olimpo del genere dello spionaggio ed il contemporaneo ingresso nella Letteratura tout court.

399497Henry Graham Greene nasce in Inghilterra, a Berkhamsted, il 2 ottobre del 1904 e muore in Svizzera, a Corsier-sur-Vevey (dove visse 20 anni e morì anche Charlie Chaplin) il 3 aprile del 1991. Tra le due date, il Nostro fu drammaturgo, sceneggiatore, critico letterario e, in effetti, agente segreto: quest’ultima occupazione gli fornì sia gli spunti per le trame dei suoi romanzi di spionaggio che i dettagli che le rendono vivide. In particolare, proprio Il fattore umano parrebbe tratto proprio da fatti che toccarono Greene particolarmente da vicino.
Autore anche di libri di viaggio (basta scorrere la lista dei suoi lavori per rendersi conto di come essi implicassero frequenti ed ampi spostamenti, anche in paesi del tutto fuori dalle rotte turistiche, come la Sierra Leone), e capace di virare sui toni della commedia in lavori come Il Nostro Agente all’Avana (titolo ancora una volta importantissimo, che linguisticamente entrò per un periodo a far parte delle locuzioni nazional-popolari), non sarebbe stata sufficiente a Greene una mostruosa esperienza pratica e nemmeno una dose non comune di talento letterario per riuscire a cesellare una relazione trama/personaggi basata sull’umanità intesa come insieme di debolezze.

Questa visione dell’Uomo, e pertanto anche dell’Agente Segreto, ha avuto un’influenza su cinema e letteratura assai maggiore di quanto non venga normalmente ammesso: come non considerare il bellissimo Sarto di Panama di Le Carré come pesantemente influenzato da Greene sia per l’ambientazione esotica, sia per l’iniziale venatura da commedia, sia per l’ineluttabile svolgersi degli eventi verso un precipizio inarrestabile condizionato da alcune, sottili crepe nella razionalità? Ancora più legato e debitore al Fattore Umano (comunque declinato nell’opera di Greene), l’ottimo La cruna dell’Ago, titolo magnificamente allegorico di Ken Follet (del 1978, quando ancora non riteneva di dover/poter scrivere il Grande Romanzo Americano) per una storia totalmente centrata sugli eventi determinati dalla debolezza umana – ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere, canta De Gregori – e chapeau a Donald Sutherland nel film omonimo.

Castle era sempre pronto a rendere conto delle sue azioni, anche delle più innocenti, e arrivava sempre puntualissimo / La semplicità è sempre la cosa migliore, così come è vantaggioso dire la verità ogni volta che è possibile, perché è molto più facile ricordarsi la verità che non una bugia / L’odio è una reazione automatica alla paura, perché la paura è umiliante.

Così, tra una notazione pratica ma incontrovertibile perché legata all’esperienza reale, ed un piccolo fascio di luce puntato al cuore (di tenebra) dell’animo umano, Greene tratteggia quest’ultimo attraverso gli agenti segreti più veri della storia della letteratura: James Bond è lontano, per fortuna, milioni di miglia, ed un Fattore Umano sta a Mission: Impossible come Escher sta a Koons.
Graham Greene soffrì per tutta la vita di disturbo bipolare, cosa che influenzò profondamente la sua vita, fino al punto di fargli scrivere alla moglie che il suo carattere lo rendeva refrattario alla vita domestica. «Sfortunatamente, la malattia è parte rilevante della vita di una persona»: ma in Un caso bruciato scrive «penso che la ricerca della sofferenza e il ricordo della sofferenza siano i soli mezzi di cui disponiamo per metterci in contatto con l’intera condizione umana». Insomma, piuttosto cinicamente possiamo dire che se, come pare logico, il bipolarismo influenzò anche l’opera di Greene siamo ben lieti della malattia che lo afflisse e ci gratificò di tanto sensibile talento
E tanta universale attualità: lei dovrebbe sognare di più, signor Wormold. Nel nostro secolo la realtà non è cosa da affrontare (Il nostro agente all’Avana), e nemmeno nel nostro.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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