“Donne e potere” di Mary Beard: viaggio tra mito, storia e lingua d’uso

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Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere (Women & power. A manifesto, 2018) rappresenta l’ultima e indiscutibilmente interessante fatica frutto degli studi di Mary Beard, classicista di Cambridge che, divenuta famosa per alcuni celebri best seller come SPQR, ancora, a sessantatré anni, torna a far parlare di sé con questo nuovo saggio.

Dopo aver dato scandalo l’estate scorsa protestando a difesa di un cartone animato promosso dalla BBC che ritraeva un centurione romano di colore, dichiarando che “sì, quella romana era una società mista”, Mary Beard torna con quella prosa saggistica graffiante che l’ha resa famosa, fedele alla necessità di rendere la storia antica più accessibile a tutti senza per questo banalizzarla.

Divenendo un’illustre portavoce di quel movimento contemporaneo di emancipazione femminile e di denuncia che è #MeToo, Mary Beard, da studiosa e umanista, sente l’esigenza di approfondire questo tema, indirizzando la sua ricerca in merito all’origine, storico-mitica prima e linguistica poi, dei fenomeni che hanno determinato l’insorgere di una “questione femminile”. Attraverso un’analisi filologica, in primis, la classicista ritrova nel mito un serbatoio di input riflessivi sul tema della riduzione al silenzio della donna, tanto concreta quanto metaforica.

Il primo illustre nome che compare al banco degli imputati è Ovidio che nelle sue straordinarie Metamorfosi narra del mito-archetipo dell’obbligo al silenzio femminile con la storia di Filomele, vittima di stupro da parte del cognato, tenuta prigioniera in un luogo nascosto, dopo aver subito la dolorosa violenza anche del taglio della lingua che la rese muta e inoffensiva, per paura che potesse svelare il misfatto, riuscì alla fine a far sapere alla sorella dell’accaduto ricamando su una tela la sua triste vicenda. E ancora risuona il mito di Eco, pallido riflesso di Narciso, capace solo di “riprodurre in eterno” senza “creare”.

Ma la ricerca di Mary Beard si sofferma poi su un’altra vittima di “violenza” del mito classico: la bella e fedele Penelope. La studiosa si sorprende di quanto ogni nuova lettura e analisi filologica di testi già a lei noti, come la celebre Odissea, possa rivelare di volta in volta spunti di riflessione sempre nuovi. Ecco che Mary Beard mette in luce un momento cruciale, in questo senso, della narrazione, rinvenuto in uno degli episodi finali dell’Odissea: Penelope viene zittita dal figlio Telemaco per aver chiesto al cantore Femio qualcosa di meno triste del difficile ritorno da Troia degli eroi achei perché «La parola spetta agli uomini».

E alla domanda “Perché proprio quell’episodio è fondamentale?” la classicista risponde:

È il primo esempio letterario di un uomo che mette a tacere una donna: dimostra che in questo ambito la cultura occidentale ha migliaia di anni di pratica. L’ho scelto perché, solo capendo quanto sia antico il privilegio dato alla voce maschile, possiamo comprendere il presente: e lavorare sul futuro.

Sembra dunque che per poter comprendere i motivi alla base di certi comportamenti attuali scandalosi, come ad esempio quelli legati al così detto caso Weinstein e ai tanti episodi di violenza e di molestie che amaramente costellano la cronaca quotidiana, bisogna risalire alle radici storiche della cultura occidentale.

L’ammonizione al silenzio sembra un atavico vizio culturale e, nonostante, certo, molto sia stato fatto di positivo e decisivo in 3000 anni di storia, bisogna constatare che, come sottolinea ancora Mary Beard, sulla scia dell’attualità:

C’è ancora chi considera la competenza femminile meno autorevole di quella maschile. E la situazione è più grave per le donne che fanno politica: un esempio è l’immagine di Hillary Clinton decapitata come Medea circolata in ambienti vicini a Donald Trump. O il tentativo di zittire la democratica Elizabeth Warren mentre leggeva una lettera di Coretta King in Senato. La scena ha dato vita allo slogan femminista “Nevertheless she persisted”, nonostante tutto è andata avanti. Quel “nonostante tutto” indica che, anche se i tentativi di silenziare le donne falliscono, le cose non sono cambiate abbastanza.

Il ruolo femminile nella politica ritorna nel mirino della riflessione della studiosa che sottolinea come molti grandi donne della storia della politica, come il primo ministro inglese Margaret Thatcher, siano state costrette a prendere lezioni di dizione per modulare il tono della loro voce al fine di renderla più bassa e profonda, più maschile, appunto, come se una voce acuta non potesse essere altrettanto efficace ed efficiente.

Da qui si sviluppa anche la riflessione sulla lingua d’uso e su quanto potere eserciti su di essa una lunga tradizione di dominio maschile e tendenzialmente misogina. Mary Beard lancia un monito sulla necessità d meditare in merito al valore semantico di alcune parole  e alla loro carica discriminatoria, ad esempio, nella lingua inglese:

Dovremmo riflettere sulle implicazioni di certe parole. In inglese “ambizioso” è un complimento se rivolto a un uomo, ma un insulto per una donna. Il linguaggio conta. Dobbiamo avviare un processo di aggiustamento e trovare un più giusto modo di esprimerci.

Se è vero che la lingua è la più grande conquista nella storia dell’uomo, con il suo sistema di segni, di suoni e di significati, con la sua biografia in senso diacronico, essa rappresenta il nostro più grande strumento di conoscenza, comprensione e identità. Essa possiede il potere di cambiare l’opinione pubblica attraverso l’assimilazione di parole e concetti che vengono riscoperti o scoperti e integrati nella norma d’uso.

Penelope

Alla luce di questo sembra meno sterile la propaganda di alcune donne di spicco del mondo della politica italiana, come la ministra Laura Boldrini che, appunto, è divenuta tra le prime e più fervide sostenitrici della necessità di riappropriarci dell’uso del femminile, in una lingua, come la nostra che, pur essendo per definizione una lingua flessiva, predilige per storici motivi culturali il maschile e fatica ancora a rinunciarvi quando le circostanze lo richiederebbero. Basti pensare che in alcuni paesi, come la Germania, si tende ad utilizzare sempre il femminile, anche per indicare, ad esempio, professionisti di genere maschile (si dirà sempre “la ministra” anche nel caso di un uomo). Un paradosso che, tuttavia, testimonia la volontà di abolire le differenze di genere, combattendo una cultura maschilista attraverso la diffusione della “norma d’uso di cortesia” dell’impiego di un femminile generale.

L’opera di Mary Beard s’inserisce dunque, offrendo nuovi spunti di riflessione, in un contesto culturale, sociale e generazionale quanto mai vivo e fervido, animato dalla necessità che i principi di uguaglianza possano finalmente divenire diritti tutelati e rispettati, insieme alla tenace lotta contro la spaventosa e diffusa ondata di violenza di cui le donne sembrano oggi essere, loro malgrado, vittime “privilegiate”.

Alla luce di ciò, in piena crisi, l’unica speranza, ancora una volta, viene individuata nella ricerca, nel sapere, negli studi umanistici, perché per combattere il male bisogna conoscerlo, a fondo.

Sara Fiore per MIfacciodiCultura

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